L’educazione ai tempi della “Wii”
Qualche anno fa, quando sentivo le vecchiette dire: “ai miei tempi…”, mi dicevo “Io non lo dirò mai”. E’ proprio vero che “Mai dire mai”, ora che ho passato i 40, che mi sento ancora ragazzina per tante cose, ogni tanto mi viene in mente “Ai miei tempi”. Ancora di più se inizio a fare i paragoni nell’ambito lavorativo in cui opero. Io sono una maestra, una volta sarei stata chiamata “maestra d’asilo” e ancora a dire la verità nel paesello dove abito e lavoro così sono chiamata, ma ora l’asilo è diventato “Scuola dell’Infanzia” e noi siamo le maestre o docenti di Scuola dell’Infanzia. Questa premessa per ricondurci al discorso sull’educazione: è il mio pane quotidiano educare i bimbi, i più piccoli. In 20 anni di esperienza lavorativa ho visto già molte differenze e se faccio un salto indietro al periodo della mia infanzia mi vien da dire proprio “Ai miei tempi”… e avevo giurato che non l’avrei detto!
A spasso tra i ricordi
Negli anni settanta ero piccina piccina ed erano i primi anni in cui tutti noi bimbi iniziavamo ad avere una mamma “putativa”. Al catechismo sentivamo parlare del “Padre putativo” di Gesù e noi avevamo una mamma putativa che ci faceva compagnia nei pomeriggi… almeno per me era così, mia mamma aveva le “rugnoni” (riunioni) a scuola e io avevo la tv che mi faceva compagnia, almeno fin quando non arrivò la sorellina. La televisione era una scatola magica, ai tempi aveva ancora il trasformatore per l’accensione e pochi canali, io vedevo il primo e il secondo, c’era una musichetta per l’inizio delle trasmissioni e in alcuni orari lo schermo si riempiva di un cerchio con tanti rettangolini, sembrava che i programmi andassero a letto, come noi bimbi… c’erano poi dei programmi proprio per noi bambini, erano i “cartoni animati”, il primo che ricordo era “Heidi”, io lo vedevo in bianco e nero a casa, per cui mio papà mi portava alla sede della “Lazio” per poterla vedere su una tv piccolissima, ma a colori e mi bevevo ogni giorno, di pomeriggio, una bottiglietta di “Fanta”. Quanto mi piaceva. E’ un ricordo dolcissimo, legato poi alla figura di mio padre, che mi ha sempre coccolato e viziato. Piano piano anche in casa sono arrivate le tv a colori e via via i miei pomeriggi diventavano pieni di appuntamenti televisivi, vedevo lo “Zecchino d’oro”, ma anche “Capitan Harlock”, era così bello ai miei occhi di bimba… poi sono iniziati i cartoni che ho amato di più, niente mi piaceva più di “Candy candy” e ho passato tutte le fasi di innamoramento, prima Anthony, poi Terence, poi mi sarei accontentata anche dello zio Albert, anche se il “bello e tenebroso” mi ha sempre affascinato di più!
Oggi
E passiamo all’oggi. Oggi ho a che fare con quella che viene definita “generazione 2.0” o “generazione dei nativi digitali”. Questi bimbi nascono e sanno già usare un “touch”, un tablet, i giochi e videogiochi da usarsi su “psp”, sulla “wii” e su quant’altro. Noi avevamo il “commodore 64”, a dire il vero ce l’aveva sempre un amico e noi andavamo tutti insieme a giocarci o a guardare giocarci. Ora ognuno di loro vive immerso in questo mondo tecnologico che ha due valenze. Se da un lato la tecnologia può esserci utile, sia per stimolare i bambini sia per allargare i loro orizzonti, così come vale anche per gli adulti, dall’altro lato invece di socializzare ciò porta alla fruizione passiva del gioco e al chiudersi sempre più in un mondo individualizzato. Così non si è più in grado, già alla tenera età di 5 anni, di giocare con gli altri e condividere.
A 3 anni, quando i bimbi entrano nella nostra scuola dell’infanzia, è normale che non siano in grado di giocare “condividendo”, sono ancora nella piena fase dell’”egocentrismo” e passano dalla figura di riferimento della madre a quella di un altro adulto, in questo caso la maestra. Non cercano i compagni se non per “litigare” o dividersi lo stesso gioco, quando magari ce ne sono altri 100 abbandonati in un angolo e inutilizzati. A 4 e 5 anni però la scuola serve loro proprio per “socializzare” oltre che per acquisire autonomia, indipendenza, consapevolezza di sé e competenze varie. Per socializzare si può iniziare dallo scontro e poi dal confronto. Inoltre si cercano le affinità, spesso si diventa amici con chi ha la stessa propria indole. I più tranquilli cercano quelli come loro, i più agitati e vivaci cercano quelli come loro. Chi ha atteggiamenti da leader viene cercato da chi è come lui. Ma quando in una classe ci sono più personalità forti e più leader gli scontri, almeno inizialmente, sono inevitabili.
Tutto questo per dire come funzionano le dinamiche nel gruppo, soprattutto durante il gioco libero, più che durante le attività strutturate.
Torniamo alla generazione dei “nativi digitali”. Io non sono contro la tecnologia, sarebbe inopportuno e anche fuori luogo. Sono contraria a come la gestiamo nei confronti dei bambini. Se io da piccola avevo una madre putativa nella tv, ora i bimbi hanno una “famiglia putativa” fatta di psp, videogiochi, wii, tablet, telefonini… A volte esageriamo nel dare loro questi strumenti che ci servono solo come “baby sitter” per farli star buoni, sia che si stia in chiesa, sia a scuola, sia al mercato, sia ad una festa, in un supermercato, ovunque! I bambini stanno con noi, ma è come se non ci stessero. A volte la mattina al momento dell’accoglienza a scuola vengono portando il “game boy”, se si chiama così. Non salutano l’insegnante, non salutano gli amichetti e meno che mai la mamma che dovrebbe lasciarli e andarsene. Se poi qualcuno di noi adulti interviene dicendo di smettere di giocare e far portar via quel gioco, tanto a scuola abbiamo molto altro con cui giocare… apriti cielo! Sono urla, capricci a non finire. Inizia un tira e molla col genitore di riferimento che spesso si conclude con una sconfitta da parte dell’adulto stesso che per quieto vivere e perché magari ha fretta lascia una facile vittoria al proprio figlio.
Noi insegnanti quindi siamo quelli che dobbiamo fare da “filtro” in queste situazioni, gestire il problema, far “rinsavire” il bimbo, portarlo a giocare con gli altri e con giochi più creativi. Molto spesso la scuola dell’infanzia diventa così l’unica in cui i bimbi possono esercitare le proprie abilità di base, non tecnologiche.
A volte a casa non ci si può “sporcare”, non li fanno più giocare con la terra, non possono toccare l’acqua perché si “raffreddano”, non possono correre perché “sudano”, possono solo starsene sul divano circondati dalle amenità che ho citato prima. I bimbi invece amano correre, sporcarsi, infangarsi, giocare con l’acqua, hanno proprio bisogno di “toccare, osservare, annusare, manipolare”. Quindi per supplire a quello che a loro manca spesso nell’ambiente familiare ecco che tra le tante cose noi li facciamo giocare con la terra, con la sabbia, col pongo, col pongo fatto con materiale alimentare, la pasta di sale e mille altri materiali da poter manipolare a piacimento. I bimbi poi devono “costruire” e quindi le costruzioni di una volta sono ancora le benvenute nella scuola dell’infanzia. Molto spesso i bimbi costruiscono case o robot, ma ancora più spesso si mettono a costruire pistole e fucili con le costruzioni colorate.
Conosco colleghe che tolgono questa possibilità ai propri alunni: “Non si gioca alla guerra! Non si costruiscono pistole!”. I migliori pedagogisti, invece, insegnano che tramite queste costruzioni e tramite questi giochi di “guerra” si cresce, si diventa più consapevoli, superando conflitti interiori e tra di loro.
E ancora: la scuola dell’infanzia deve essere la scuola del gioco di “ruolo”, dando pieno sfogo al gioco con le bambole, la cucinetta, diventando “mamme e papà”, “grandi chef”, “la maestra e i bimbi a scuola”, “giochiamo al cinema, al teatro…”. Se poi mentre giocano tirano fuori il telefonino per far finta di fare delle chiamate imitano semplicemente il mondo di oggi e questo va benissimo! Inoltre molto spesso diamo spazio proprio alla creatività e quindi ecco che il telefonino prende forma dalle costruzioni o da un pezzo di cartone ripiegato, così come lo stesso vale per un pc portatile, creato dalla loro ingegnosità.
Capita a volte che poi i bimbi passino il loro tempo insieme conversando. E per noi queste conversazioni sono dei momenti di arricchimento. Noi insegnanti scopriamo più cose sui nostri alunni in questi momenti di conversazione spontanea che in mille altri momenti strutturati. A volte anche delle sorprese, non sempre piacevoli. Ultimamente le mie “bimbe” non facevano altro che parlare di “Davide che è morto”, “Cris che si è buttata ed è in coma”, “Cris che si è baciata con Leo”. Scopro così che a 5 anni sono “fan” sfegatate di “Braccialetti rossi”, una serie televisiva che secondo me ha un target leggermente più elevato, è fatta più per gli adolescenti che per i bimbi. Mi sono accorta infatti dai loro disegni e dai loro discorsi che non hanno i filtri e gli strumenti per ben capire quello che succede in quella che è una fiction, cioè finzione, ma che può ai loro occhi anche sembrare realtà.
E quindi torniamo, come si suol dire, a bomba.
Siamo noi adulti di riferimento, noi insegnanti a scuola, ma soprattutto voi genitori a casa, che dobbiamo “filtrare”, “accompagnare”, “guidare” queste visioni. E anche dosare i momenti che i bimbi passano con loro stessi, da soli, davanti agli strumenti tecnologici di cui abbiamo le case piene. Dobbiamo ritrovare la voglia di “perdere tempo” con loro e di farli “annoiare”. Non si può sentire un bimbo di 4 o 5 anni che ti dice: “Maestra, mi sto annoiando”, è in quel momento che deve imparare che dal non far niente può nascere qualcosa di positivo, di estroso, di creativo… e in questo noi adulti possiamo essere i migliori insegnanti, nell’annoiarci insieme a loro, per arrivare a creare con loro.











