via-Francigena-cartello Posti da rivalutare

La via Francigena vista da chi ci cammina


via_francigenaPer la nostra bella rubrica “i luoghi da riscoprire”, questo mese vogliamo proporre in accordo con l’autore una riflessione “in situ” di Michele Spellucci.
Cosa significa camminare su quel lastricato presente lì da secoli, quando non distrutto o deturpato dalla speculazione edilizia?
Ecco un interessante affresco vissuto nel cammino della porzione viterbese del cammino.

 

Ci sono cose che sopravvivono per migliaia di anni, cose di cui non ci accorgiamo, che fanno parte della nostra quotidianità, cose a cui non siamo abituati a dare importanza, che sono talmente affini all’uomo che per noi, che sembriamo sempre più voler dimenticare la nostra umanità, sembrano impensabili.

Domenica scorsa, camminando, sono inciampato in una di queste. Una cosa tanto semplice da farmi rimanere senza parole. Una strada.via_francigena_viterbo

Una strada fatta di pietre, pietre tagliate e disposte a terra duemila anni fa, levigate dallo scorrere del tempo ma ancora lì, quasi a voler lanciare un monito ad ogni singolo passo. Una strada che attraversa boschi, vigneti, case in cemento, campi arati e a volte il nulla. Una strada che era lì prima delle case, prima dei boschi, prima dei campi, e che in effetti sembrava essere lì anche prima del nulla. Che ha osservato il mondo cambiare, che ha invecchiato mano nella mano col tempo stesso.

Sassi, tagliati dalle montagne per sorreggere i passi degli uomini, per attraversare i boschi, per far correre i carri, per trasportare il cemento per costruire le case, per far arrivare i viandanti alla loro meta. O forse solo per fare sì che nel nulla ci fosse una via.

Ogni pietra conservava i segni degli infiniti piedi che l’hanno calpestata, testimone di un cammino, di un uomo, di altre strade, di luoghi lontani e vicini, della calma e della fretta.

Era una strada che incrociava altre strade, camminava al loro fianco con rispetto, girava, aggirava e a volte tornava su se stessa. E proseguiva. E proveniva. E conduceva.

Passo dopo passo riflettevo su quanto ricchezza giaceva in ogni singola pietra, su quanto, anche semplicemente fermandomi in silenzio sul ciglio della strada, avrei potuto imparare. Un numero infinito di piedi, ognuno con la sua storia, al di là del tempo e dello spazio.

Ci beiamo tanto della facilità di spostamento della nostra epoca, in cui in poche ore possiamo raggiungere qualsiasi luogo del mondo. In molti sostengono anche che la mentalità “evoluta” del nostro tempo provenga dalla facilità con cui ci si può spostare. Siamo talmente impegnati a raggiungere velocemente le nostre mete che vediamo ormai solo quelle, dimenticando quanto sia bello muovere un passo dopo l’altro per arrivarle, dimenticando troppo spesso che per raggiungere un luogo, è necessario compiere un cammino.

Ho riflettuto molto, su come quella strada, mille anni prima che io la calpestassi con i miei scarponi da trekking professionali, fosse percorsa da milioni di persone, in sandali, che provenivano da città distanti più di mille chilometri, a piedi, città di paesi stranieri, di altre parti del mondo “conosciuto”. Ho pensato a come la gente si incontrasse lungo il cammino parlando lingue diverse, incomprensibili le une alle altre perché l’inglese non era ancora la lingua internazionale, anzi non esisteva neanche… Eppure, sono certo che riuscissero a comunicare, con gli occhi, con le mani, o forse semplicemente stando in silenzio…via-francigena-ponte_gobba-asino

Mi son guardato intorno ed ho visto che accanto a me c’erano altri viandanti, che camminavano su quelle stesse pietre, che compivano gesti, usavano parole e portavano silenzi. Ho incontrato sguardi e sorrisi. E mi sono sentito felice.

Perché ho pensato che finché quella strada sopravviverà ai boschi, alle case in cemento, ai campi arati ed al nulla, ci sarà qualcuno che la percorrerà, da solo o in compagnia, vivendo la sua storia, regalando sguardi e sorrisi e portando il proprio silenzio. E non sarà importante la meta. Fin quando quella strada sopravviverà, ci sarà un luogo dove l’uomo potrà essere ancora uomo.

Michele Spellucci