L’età difficile
Oggi, come faccio spesso, sono andata a fare lezione alle scuole medie, quelle che ora si chiamano “scuola secondaria di primo grado”. Sono insegnante di scuola dell’infanzia, ma sono anche Funzione strumentale per l’Intercultura e l’Integrazione nell’Istituto in cui insegno. Racconterò di questa esperienza in un altro articolo. Oggi vi voglio raccontare del modo in cui mi sono recata a lavoro. Oggi non “mi andava”. Ero scoraggiata, poco entusiasta di lavorare per due ore in due diverse classi. Il perché è presto detto. Per me queste lezioni sono un impegno in più, che affronto con entusiasmo, spirito di sacrificio e cercando di generare interesse per un argomento sempre attuale, specialmente nel mondo odierno. A volte ti trovi però di fronte al muro dell’indifferenza dei ragazzi, ai loro modi irrispettosi, al loro apparente “menefreghismo”. A volte ti senti come se entrassi nella “fossa dei leoni”. Per me forse lo è anche di più perché provengo da una realtà lavorativa diversa, per certi versi sono più fortunata, perché, tranne sporadici esempi di alunni con gravi difficoltà, relativamente al comportamento, mi trovo in un ambiente in cui i bimbi ascoltano, partecipano, si interessano, ti coccolano. E’ un ambiente in cui molto si basa sull’affettività. Naturalmente tutto cambia, quando si entra nel mondo “dell’età difficile”.
Mi trovo a lavorare con più classi e su due plessi, in ognuna di esse ho saputo cogliere quali sono gli interessi, gli umori degli alunni. Alcuni formano un gruppo più compatto, altri sembrano inizialmente meno interessati, poi “scoppia” l’interesse e la partecipazione. Altri ancora possono avere inizialmente atteggiamenti di sfida, ma tutto poi si volge al positivo. Alcune classi sono più amalgamate, sono anche come lo specchio della società di cui fanno parte. Ci sono le ragazze che magari amano studiare di più, c’è il ragazzo creativo, quello o quelli giocherelloni, quello che si interessa di sport, quelle che conoscono tutto della musica. Ci sono quelli che ti dicono: “Mae’, professore’, vieni all’ultima ora che c’è la verifica di scienze!”, oppure: “Dovemo studia’ storia, ma che ce frega, so tutti morti!” e ancora: “Mo se erano gli antenati nostri ci interessava pure, ma dovemo studia’ Napoleone”. Ci sono quelli che cercano un contatto con te e anche con i propri insegnanti.
Poi ci sono quelli che… non ti permettono di lavorare.
E qui inizia la mia riflessione, perché questi atteggiamenti di cui accennavo mi causano frustrazione, disagio, senso di impotenza. Non è una bella sensazione. Non mi va di rimanere inerte davanti a certe situazioni. Non sono una che dice: “Beh, io ci ho provato” e tira avanti. Sono una che ci prova, ritenta, cerca nuovi approcci, cerca anche delle motivazioni profonde, a volte arrivando anche a giustificare taluni comportamenti.
Se parlo di età difficile lo faccio con cognizione di causa. L’età dell’adolescenza, che ognuno di noi ha vissuto, lo è stata per tutti, difficile, dico. C’è chi ha avuto problemi ad inserirsi in un gruppo, chi aveva scarsa autostima, chi problemi col proprio sé, chi per farsi accettare cedeva a comportamenti poco salutari. C’era di tutto. Ma l’adolescenza vissuta da noi che eravamo ragazzi negli anni ’80 è arrivata in altri anni, alle medie facevamo le prime esperienze. Ora invece si è avuto un “calo” verso il basso, nel senso che gli alunni di 12 anni, per certi versi, sembrano già essere entrati nell’età dell’adolescenza, con tutti i problemi che ne conseguono.
A scuola essi non sempre trovano l’ambiente adatto per vivere questa età “difficile” che attraversano. Secondo la mia opinione, che poi è anche quella di molti pedagogisti, gli adulti di riferimento, quindi in primis i genitori e la famiglia, e poi gli educatori e insegnanti, devono stabilire delle regole, devono dire dei “No” formativi, devono svolgere il proprio ruolo, senza scivolare nell’equivoco del voler “essere amico” del proprio figlio o alunno.
Questo che ho sopra espresso è quanto ho detto anche nella lezione di oggi a scuola. Quando io entro in queste classi delle medie ho, naturalmente, tutto un piano di lavoro programmato, porto fotocopie di materiale da leggere e discutere insieme, pc e lettore cd per vedere filmati, sentire canzoni sul tema… Nello specifico in questa lezione dovevo parlare delle leggi che regolano le immigrazioni in Italia, un breve sunto e da lì partire con una discussione e conversazione guidata. In alcune classi questo non sempre è possibile e allora si mette da parte quanto programmato e si riparte dagli interessi degli alunni e dagli spunti che i loro atteggiamenti possono dare. E quindi ho iniziato a parlare di me, della mia esperienza a scuola, da alunna. Di quello che facevamo, come gruppo, di come ci comportavamo con i prof, di quali erano i prof che stimavamo di più, grazie ai loro comportamenti. Ho visto così nascere finalmente l’interesse per qualche argomento. Ho notato inoltre che se c’era un alunno che faceva azioni di disturbo (nello specifico mettere la testa dentro il proprio zaino) queste venivano stigmatizzate dagli altri. Ho notato quindi che questi ragazzi chiedevano come un aiuto, una mano tesa verso i loro interessi, i loro desideri, i loro ragionamenti. Naturalmente ho anche spiegato loro che i prof non possono fare questo, perlomeno non sempre, durante le lezioni. Il “programma” è un qualcosa di istituzionale che sovrasta anche le volontà dei professori stessi. E poi ho cercato di far capire che, ad esempio, la storia è importante. Ma soprattutto sono riuscita a capire dove nascono i problemi con questi alunni, con queste classi. Non si sentono considerati, capiti, valorizzati. Ora l’altra considerazione da fare è legata al mondo adulto. Noi docenti cosa facciamo per avvicinare questi ragazzi dell’età difficile? Ci limitiamo a fare lezione? A spiegare? Interrogare? Mettere note punitive sul registro? E a questo proposito… gli altri adulti di riferimento, davanti ad una nota, come reagiscono? Collaborando con la scuola e i professori, dialogando… o con un’alzata di spalle e un commento ironico davanti al proprio figlio del tipo: “A che numero sei arrivato? La quarta? La quinta nota?”. Tutti questi esempi vengono dalla realtà. Sono cose che realmente succedono. Naturalmente atteggiamenti ironici o sarcastici portano ancora più confusione nel ragazzo. Non si dà la possibilità di capire dove e quando si è sbagliato. Il rispetto verso il prof e verso la sua autorità non esistono più. E questo dipende appunto da altri adulti, che diminuendo la forza del rispetto verso i professori diminuiscono anche la propria, del proprio ruolo genitoriale. E questo porterà sempre maggiori disagi al figlio.
Una volta durante una lezione un ragazzo uscì prima e tutti gli altri si sentirono liberati e mi dissero proprio: “Mae’, meno male che se n’è andato, così ora possiamo continuare più tranquillamente”. Io risposi che invece mi dispiaceva fosse uscito anticipatamente, perché quel ragazzo con il suo comportarsi ai limiti dell’educazione mostrava un disagio e mi sarebbe tanto piaciuto fare qualcosa in più per lui.
E a
rriviamo poi alla seconda parte della mia giornata lavorativa. Un’altra ora in un’altra classe. Se nella prima classe partendo da un discorso basato su esperienze personali molto si è riusciti a fare, con mia personale soddisfazione, nella seconda classe c’è ancora molto da lavorare. Qui il clima non è positivo, c’è un gruppetto che vorrebbe anche partecipare alle attività, ma c’è un altro gruppo che cerca di sfidare l’adulto, di dare fastidio anche con pretesti abbastanza puerili. Ho visto gare e guerre di cerbottane, come quelle che si descrivevano nei libri di scuola di una volta. Ho sentito un ragazzo rispondere costantemente al proprio prof. Ne ho sentito un altro che si rifiutava di parlare alla presenza del prof. Sono tutti esempi che vi fanno un quadro di quello che si può trovare in alcuni gruppi. Secondo me qui c’è bisogno di un intervento “forte”, ma non semplicemente di tipo punitivo o restrittivo. Non so bene cosa e come si possa affrontare una situazione del genere, ma questi ragazzi hanno bisogno di altro, rispetto alle note punitive. Sono talmente abituati che non ci fanno più caso. Ci sono però nel gruppo delle personalità di spicco che emergono, a volte, anzi spesso, in modo negativo. Ma queste persone hanno un’intelligenza tale da poter diventare invece dei leader positivi, tanto da poter trascinare il resto della classe. Ho intravisto queste potenzialità in alcuni. Sono quelli che cercano il dialogo con me, quelli che dicono: “Sì può parlare di ingiustizia, oggi? Invece di integrazione e intercultura?”. Sono partita quindi da questa domanda e anche qui ho messo da parte tutto il mio materiale, questa volta non ho parlato. Ho cercato di ascoltare. Mi facevano le loro rimostranze, le loro presunte prove di ingiustizia subita, davanti ad un telefonino utilizzato o meno, davanti a trattamenti di favore per le ragazze piuttosto che per i ragazzi. Vedevo che in quel momento avevano più che altro bisogno di esprimersi. Con mille difficoltà ho cercato poi di dire anche qui la mia esperienza, quando ero seduta al di là di quel muro formato dalla scrivania del prof, quando ero al banco come loro e qualche prof aveva fatto anche secondo me atti di ingiustizia nei miei confronti o nei confronti di qualche compagno.
Anche qui ho cercato di creare un “ponte”, piuttosto che un “muro”. Ho pensato che con questi ragazzi prima di tutto, prima delle lezioni “canoniche” e ordinarie bisogna fare qualcosa di “straordinario”: stabilire un canale di comunicazione, destare il loro interesse e mantenerlo vivo. Accogliere ogni giorno la sfida che ci fanno. Volgerla in positivo. E’ un compito difficile però. Molto.
Bisogna che questo canale di comunicazione e questo interesse siano mantenuti anche dalle famiglie, in un clima di collaborazione tra adulti che si ripercuota positivamente sul mondo dei ragazzi.
Questa giornata lavorativa volge al termine. E mi ritrovo a pensare che nonostante le cerbottane, le sfide, il parlottare quando un prof parla, mi posso ritenere soddisfatta, per ora. Aspettando il prossimo incontro.




