Turismo

Le sedi umane abbandonate in età medioevale nel territorio nepesino


di LUCIANO SANTELLAFaleri Novi porta di Giove

Credo che ad ognuno di noi venga di tanto in tanto il desiderio, se non addirittura il bisogno, di fermarsi per osservare l’ambiente e puntare l’attenzione su particolari altrimenti invisibili come le sedi umane abbandonate i cui resti si mimetizzano nella natura, creando il “Paesaggio Ruderale”. Una pausa di meditazione su certi luoghi e sulla loro storia è anche un dovere nei confronti dei nostri antenati, oltre che l’occasione per trarre insegnamenti utili ad orientare meglio il nostro cammino, consapevoli che, paradossalmente, parlando di storia parliamo comunque del presente.

La storia del popolamento di questa parte d’Italia è passata attraverso forme di insediamento sempre più stabili, dal “villaggio” alla “città”, intesa come organismo complesso, sede dell’autorità di governo dei cittadini e del territorio di pertinenza. Oggi, se ci guardiamo bene attorno, oltre agli organismi urbani che svolgono le funzioni suddette, vediamo nelle campagne siti in rovina disabitati e concentrazioni di abitanti senza città. Vi sono quindi tre specie di sedi umane: quelle civilmente organizzate, quelle abbandonate e quelle di “nuova fondazione”, esterne e spesso estranee alla città.

 

Affrontiamo dunque l’argomento di questa riflessione: le sedi umane destructe et inhabitate, di età medioevale, presenti nel territorio della città di Nepi. Durante tutto il Medioevo, centinaia di insediamenti di varia entità sono sorti (talvolta risorti) e poi definitivamente abbandonati per cause, spesso concomitanti, quali guerre, pestilenze, malaria, terremoti e alluvioni

LE ROVINE ABBANDONATE SULLA VIA AMERINAIsola Conversina

 

Ponte Nepesino (Pons Nepesinus). Centro sulla Via Amerina a sud di Nepi, sorto in corrispondenza dell’attraversamento del Fosso Cerreto. Di antica origine, venne quasi distrutto  alla fine del XIII secolo nel corso del conflitto tra i Colonna e papa Bonifacio VIII. Dopo l’abbandono definitivo fu ridotto a tenuta del Comune di Nepi sulla quale i cittadini esercitavano il diritto di pascolo. I suoi resti sono visibili presso il ponte sul Fosso Cerreto, lungo la strada che da Nepi porta alla Via Cassia.

 

Isola Conversina (Castrum Insula Conversina, Torre dell’Isola, Torre Stroppa). Centro sulla Via Amerina a nord di Nepi, con annesso mulino, posto su un pianoro completamente isolato alla confluenza del Fossitello con il Fosso dell’Isola. E’ menzionato fin dal 989 nelle carte del Monastero dei SS. Cosma e Damiano. In un documento della famiglia Colonna del 1427 risulta disabitato. I suoi ruderi si trovano all’interno della moderna Tenuta dell’Isola e consistono nelle mura del castello che includono la torre, in una piccola chiesa e numerose abitazioni rupestri.

 

I castelli scomparsiCastel d'Ischia

Filissano (Castrum Filassani). Sorse su un diverticolo della Via Amerina alla confluenza dei fossi Cerreto, Filissano e Capo Rio. Nel 1176 dipendeva dall’Abbazia di S.Elia ma nel 1431 risulta disabitato. E’ localizzabile nelle rovine del cosiddetto Castello di San Valentino oggi ricompreso nella moderna Tenuta di Filissano.

Sant’Agnese (Castrum Agnese). Non si hanno notizie che ne attestino l’epoca di fondazione e di abbandono ma non ebbe certamente lunga vita. E’ identificabile probabilmente con il Castello d’Ischia sul Fosso Cerreto, in contrada ancora oggi denominata Agnese.

Dove sbagliammo? Come non sbagliare ancora?

Non v’è dubbio che i centri fortificati di cui si parla abbiano avuto come comune denominatore la Via Amerina. Questa antica strada romana, aperta intorno alla metà del III sec. a.C. e attiva fino al XIV secolo, nell’Alto Medioevo costituì l’asse principale di quello che gli storici chiamano “corridoio bizantino”. La vitalità di questa strada fu sicuramente all’origine del ripopolamento dell’Agro Falisco, sia per iniziativa del nascente Stato della Chiesa sia, più tardi, con il fenomeno esclusivamente laico dell’incastellamento, ad opera dei Comuni e delle potenti famiglie romane.  Così fiorirono molti insediamenti, quasi tutti destinati a durare poco.

Il ripristino della comunicazione diretta con Roma attraverso la Via Cassia, la cui progressiva ripresa comportò la decadenza della Via Amerina, così come la “peste nera” nel 1348, che ridusse di circa un terzo la popolazione della Tuscia; e ancora, il ritorno della sede pontificia a Roma alla fine del Trecento, con l’istituzione della Dogana delle Pecore, portarono ad un abbandono delle campagne e dei piccoli centri.

Le rovine di Ponte Nepesino, così come Isola Conversina, Filissano, Sant’Agnese, ma anche Santa Maria di Falleri, Paterno, Fogliano, sono oggi testimonianze di episodi tristi, di veri e propri fallimenti che dobbiamo interpretare come l’ammonimento, rivolto a noi che ne osserviamo i miseri resti, a non ripetere gli errori del passato in materia di governo del territorio. A questo punto una domanda facile per una risposta difficile. Dove abbiamo sbagliato? Tra le tante scelte errate d’altri tempi quella più recente e che ci coinvolge direttamente consiste nel consumo sfrenato del territorio agricolo, attraverso la proliferazione delle sedi umane di terza specie, quelle degli abitanti senza città: pseudo borghi agricoli, centri residenziali, ville signorili risorte su centri aziendali storici o su case coloniche di enti di bonifica, lottizzazioni abusive sanate e chi più ne ha più ne metta. Per rimediare a questi errori dovremmo comportarci non come semplici abitanti ma come veri cittadini.

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