Mestieri. Ritratto di Peppino Pazzetta, calzolaio
di Federico Caramadre Ronconi
Nepi. Su via delle Colonnette affaccia un laboratorio. La via è uno di quei vicoli del centro storico, metà via di pregio per il suo abbrivio al corso centrale, metà abbandonata come tutti i vicoli che chissà perché sono poco considerati. Sì, è una stradina stretta che da un lato guarda il campanile del duomo, dall’altro le mura della Rocca Borgia. Tra uno sguardo al sacro e uno al profano di quella via piccola in discesa, quasi a metà, si trova l’ingresso della piccola calzoleria di Giuseppe, da tutti meglio conosciuto come Peppino, in un retaggio familiare per cui era una consuetudine regalare ai figli maschi il nome di battesimo dei nonni paterni.
Un gradino a scendere dietro la porta e sei lì dentro, nel laboratorio artigiano dove Peppino e la moglie ti ricevono con un sorriso e in fondo al quale lui lavora, rimettendo su strada le scarpe buone e quelle andate.
Gli strumenti di Peppino sono quelli di un pittore: pennelli, colle, spaghi, martelli, tenaglie, lime, tomaie, lesine, punteruoli, trincetti, tirasuole, raspe e molti altri oggetti dal sapere antico, come a testimoniare che tra artigianto e arte il passo è breve e la consaguineità è marcata.
A Peppino, calzolaio da tre generazioni, vorrei dire grazie. Grazie per aver avuto il coraggio imprenditoriale (che di questi tempi è una qualità indiscutibile), di aver recuperato un mestiere antico: quello del ciabattino. Sì, di bravi artigiani l’Italia è piena, ma i bravi artigiani sono i primi a pagare il prezzo della crisi, nonostante col loro sapere facciano grande il nostro paese nel mondo.
(Immagine: “Peppino ‘o scarparo”; Charlie, olio su tela, 2013)
Giuseppe Pazzetta: calzolai da tre generazioni
di Liliana Scaffa
Tra una delle vie più belle del centro storico nepesino, in una piccola bottega dall’odore ben definito di cuoio, spazzole e lucido, c’è chi ha nel sangue un secolo di esperienza nel lavorare le scarpe. Peppino Pazzetta è il terzo erede di una saggezza artigiana che si tramanda di padre in figlio nella Nepi di ieri e di oggi.
Ai primi del Novecento, in un piccolo locale della piazza che costeggia il Duomo, c’era nonno Giuseppe, che le scarpe le realizzava proprio a mano. Con Cuoio, filo e martello. Gli unici strumenti che un tempo servivano ad un calzolaro. Qualche anno dopo iniziò a lavorare con lui anche papà Antonio, che le scarpe le faceva, ma soprattutto le riparava. I tempi erano già cambiati, e il bottegaio nepesino si adattò alle esigenze dei suoi clienti. Così come fa anche lui, Peppino, figlio di una eredità artigiana che continua a seguire con dedizione, seppur capace di stare al passo coi tempi. Un volto pulito, sereno, soddisfatto, quello di Peppino, che ogni giorno ripara, allarga, stringe, cuce, colora e chi più ne ha più ne inventi per le sue scarpe. Un uomo semplice, ma pieno di saggezza. Pieno di quella cultura del saper fare, che solo un artigiano è ancora in grado di custodire.
L’intervista
A tu per tu con Peppino
Nell’epoca dell’Usa&Getta, qual è la convenienza di rivolgersi ad un calzolaio? Ci si rivolge ad un calzolaio almeno per due motivi. Il primo per uscire un po’ dalla mentalità consumistica. La crisi è un po’ per tutti. Quindi c’è anche un discorso economico dietro. Magari si ripara la scarpa per cercare di usarla ancora per un po’. E poi il secondo motivo è che se si ha una scarpa buona, conviene sempre mantenersela con piccoli lavori di manutenzione ordinaria. Altrimenti sarebbe come buttar via la macchina perché ha consumato le gomme. Non avrebbe senso. E poi c’è sempre chi ha bisogno di qualche lavoro più complesso, che solo un calzolaio può fare. Almeno questa è la risposta dei miei clienti.
Quindi nonostante la crisi lei non si lamenta? Diciamo che il lavoro c’è per chi ha voglia di lavorare bene. Con costanza, con precisione. A regola d’arte insomma. I miei clienti sono soddisfatti del lavoro che realizzo per loro, e a volte questo per me è più importante di qualunque guadagno.
A cosa va incontro un artigiano oggi? Beh, ovviamente anche per il mio settore esistono delle difficoltà oggettive. Ci sono tante micro-spese, non è facilissimo. Sicuramente dall’epoca in cui cominciò mio nonno le cose sono cambiate. Ma a fine giornata resta sempre la soddisfazione del lavoro manuale, del lavoro finito. Certo non si sbarca il lunario. Ci si mantiene, ci si può vivere. E poi c’è sempre il riconoscimento della clientela, che apprezza e ti trasmette la voglia di continuare così.
Secondo la tua esperienza personale, ti senti di incoraggiare un giovane che volesse intraprendere questa attività? Certo che sì, molto volentieri. D’altronde se qualcuno non si avvicinasse all’artigianato, molte esperienze, gli antichi saperi andrebbero persi. E questo vale per tutti i lavori d’artigianato. Sono lavori che si imparano a bottega, col tempo. Non ci si improvvisa calzolai, ne fabbri, ne ceramisti. Non basta un corso, né un manuale, serve l’esperienza. E l’esperienza si fa solo sul campo. E spero che questo mestiere continui a sopravvivere ancora a lungo.
Artigianato e burocrazia. Istruzioni per l’uso

Un artigiano oggi è un’impresa. Un’attività che per quanto piccola, va incontro a tante piccole spese che incidono notevolmente sul bilancio di fine anno. Dall’affitto del locale, alle spese correnti, le uscite sono molte. Le banche sostengono sempre meno il credito. La mentalità consumistica inoltre, in questi anni ha favorito la grande distribuzione e produzione, a discapito della piccola impresa, e ha progressivamente allontanato la piccola produzione al di fuori dei centri urbani. Una serie di concause che dovrebbero essere arginate con interventi mirati del governo e delle amministrazioni locali che potrebbero invece, in questo momento di grave crisi, detassare le attività di quegli artigiani che hanno scelto i centri urbani quale loro sede e che contribuiscono, in questo modo, a ravvivare il tessuto economico e sociale dei Comuni spogliati dalle antiche tradizioni.







