Del Lavoro e Della Cultura ai tempi della crisi
Si fa un gran parlare di “cultura”, a sproposito.
In tempi di crisi, si sa, chi ha bisogno si ricicla come può. Ecco allora il fiorire di mille e più “attività culturali”, in cui a farla da padrone sono per lo più i politici che gestiscono le oramai ex vacche grasse di mamma stato. Un esempio tra i mille possibili: mai sentito parlare dell’Arcus? No?! Eppure l’Arcus è un ente che ha gestito milioni di euro. Come mai non è così noto?!
Viene il sospetto che taluni enti, quantunque elefantiaci, misteriosi, praticamente sconosciuti, siano stati il vettore del consenso politico. Carrozzoni utili a distribuire prebende agli amici degli amici. Non so se sia stato o meno il caso dell’ente citato, forse no, ma resta il dubbio legittimo sulla poca notorietà di realtà così importanti per il panorama culturale della nazione.
Dal nazionale passiamo al livello locale. I fondi necessari per un normale svolgimento delle “attività culturali”, sia quelle proprie, che non avrebbero bisogno di virgolettato, sia quelle improprie, che nel comparto “cultura” hanno trovato la gallina dalle uova d’oro, sono sempre meno. Però una qualche discrepanza inizia a saltare all’occhio: chiamando cultura “la sagra della bistecca” abbiamo creato un danno a un settore intero.
In questo comparto chiamato impropriamente “cultura”, lavorano (e sottolineo la parola lavorano) ricercatori e studiosi, artisti e tecnici di spettacolo, artisti visivi, pittori e scultori, musicisti e cantanti, scrittori e autori teatrali, e potrei continuare. Non è un caso che si tratti dei lavoratori più a rischio, i meno tutelati da ogni punto di vista. Da una parte la mancanza dell’estensione dei diritti di altri settori lavorativi a quello “culturale”, dall’altra leggi e norme che risalgono a tempi remoti (basti pensare che la legge sul diritto d’autore è del 1941, altro che diritto digitale!), con sovrapposizione di offerte analoghe (si veda il comparto amatoriale o il volontariato) sottoposte però a diverso regime fiscale a complicare il quadro.
Un esempio: se uno spettacolo amatoriale costa fiscalmente 10, quello professionale ne costerà 100. Il risultato ovvio di questa debacle normativa ha portato, nel corso del tempo, alla trasformazione di molte compagnie di professionisti in amatoriali, facendo entrare queste compagnie in una competizione di fatto con gli amatori, con un conseguente impoverimento generale dell’offerta teatrale, in un rilancio al ribasso.
Sorte analoga hanno vissuto gli artisti, forse in assoluto la categoria più martoriata: dopo il diploma accademico, quello delle “Belle Arti”, ovvero la massima istituzione italiana in materia di arti visive, i novelli “Maestri d’arte” sperimentano sulla propria pelle l’inconsistenza del loro titolo. Più parte delle volte infatti, l’interlocutore privilegiato, ovvero l’amministratore di turno, è portato a considerare pittura, decorazione e scultura come un hobby della domenica, di cui molti concittadini bene esprimono il senso in “mostre d’arte” più o meno raffazzonate. Altri erano i tempi in cui gli artisti godevano della massima considerazione alla corte di Principi e prelati. Di questo male hanno sofferto, se non in tempi recenti e forse in modo minore, anche i musicisti, categoria nota per un maggiore spirito di corpo. Difficilmente infatti uno strumentista è considerato un “amatore”. Se poi il musicista in questione non è una ragazzina cresciuta cantando nelle cantine, ma un diplomato del Conservatorio, sarà molto improbabile che lo si consideri un amante della disciplina da praticarsi la domenica o nelle feste comandate, etichetta che tocca invece in modo deciso a pittori e attori.
Non è un segreto come in questi giorni, una lettera aperta di un musicista abbia fatto retrocedere l’ufficio di un Ministro dalle sue intenzioni. Vero è che il Ministero aveva promulgato un bando inaccettabile, di cui abbiamo dato conto anche su questo blog. Bando in cui sostanzialmente si chiedeva, date le esigue risorse, di suonare gratis per i musei, ma c’è da dire che quel modo di pensare non è altro che il riflesso del paese e del suo livello culturale. 
Il livello culturale, ecco, appunto. Se c’è un merito in questo dilagare rapido dei social network, Facebook su tutti, è la dimostrazione più efficace di quanto sia retrograda e poco preparata proprio la classe dirigente di questo paese. Non è raro infatti, imbattersi in veri e propri strafalcioni letterari, impavide testimonianze di un’ignoranza diffusa in cui, oltre all’uso astratto della punteggiatura, fa da padrone l’errore grammaticale: il Re è nudo.
In questo panorama desolante, gli operatori del settore che ancora resistono, quelli ancora non soggetti ad emigrazione forzosa, si interrogano sulle dinamiche della nostra società, sui diritti negati, sulle attuali politiche del lavoro, sui tagli alla cultura (quella vera, fatta da persone che hanno studiato una disciplina e possiedono un titolo), a favore della sagra della bistecca o della festa “de noantri”.
Le categorie più toccate da questa crisi sono proprio gli artisti e gli intellettuali senza tutele, senza sindacati, senza riconoscimenti. Sono stati i primi della filiera del lavoro indipendente a pagare lo scotto di politiche avvelenate dal pressappochismo, dal clientelismo e dalla corruzione. Adesso, come in una catena in cui tutti sono legati a doppio filo, stanno seguendo gli altri: impiegati, dipendenti, piccoli imprenditori.
Un dato è certo: se negli anni passati, per assicurarsi una convenzione o il sussidio con un Ente (pubblico o privato), era sufficiente una stretta di mano, ignorando il più delle volte se dall’altra parte ci fosse un professionista (che della conoscenza di una disciplina fa un mestiere), o un amatore (che della conoscenza di una disciplina fa uno svago), ora la strada sembrerebbe essere sempre più in salita. Eppure, che sia per la sagra della porchetta o per il concerto di capodanno, posto che permanga la disponibilità di pur minime risorse, uno strumento democratico esiste: in primis una distinzione netta tra chi esercita un mestiere e chi si diletta, tentando nel possibile di favorire con risorse e finanziamenti il primo, e in seconda battuta il bando pubblico, da adottarsi per la festa del patrono, come per l’anno accademico.





