Andorra
Quando un libro è scritto bene la lettura scorre e da piacere. Quando un libro è scritto bene si legge lasciandosi trasportare dall’autore nel suo mondo. Ma quando poi ci si rende conto che la maestria è servita solo a farci cadere nel vuoto dell’insipienza, si resta male, molto male. Peggio che con un libro mal scritto, sul quale probabilmente non avremmo investito né tanto tempo, né attese di sostanza. “Andorra” di Peter Cameron è un libro così, che t’inganna e lusinga, pronto a disilluderti puntualmente. Già il titolo, appropriandosi di un luogo, appartato e misterioso come Andorra, attrae indubbiamente, ma si scopre che questa Andorra è altro, è il principato arroccato sulle montagne ma scivolato giù al mare. A parte questo, niente, ma proprio niente di veramente proprio Cameron aggiunge a questa sua Andorra che non riesce a divenire altro se non uno scivolone geografico ruffiano. Qui si muove il protagonista, Alex Fox – nomen omen – tra atmosfere misteriose e conturbanti, tra personaggi un po’ del genere “telefoni bianchi”, pieni di allure, vuoti di sostanza. Fuggito da un qualche mistero familiare, si lascia tutto alle spalle per ricominciare o forse nascondersi nel luogo più internazionale e appartato d’Europa. Poi come in una sagretta di paese, comincia a ronzare e cominciano a ronzargli intorno figurine sciccose che sembrano misteriose e dense di chissà quali tormenti esistenziali ma sono soltanto specchietti per l’allodola lettore che prosegue la lettura e infine giunge al niente.
È bravo Cameron a scrivere, molto bravo, tanto bravo che riesce a vendere trappole per topi prive del formaggio. Nonostante la delusione, il talento va riconosciuto. E poi il libro ha il pregio di non farti rimpiangere di averlo finito, ma soltanto d’averlo letto.



