lettera aperta cup anguillara Salute & Medicina

Lettera aperta a un dirigente ASL


Alla c.a. del Dott. Riccardo Petroni
Responsabile Capo Distretto ASL Roma F

Gent.mo Dott. Riccardo Petroni,
non ci conosciamo, mi chiamo Federico, oggi sono stato in un ufficio che dipende da Lei e vorrei raccontarle che, mio malgrado, ho vissuto un momento di estremo disagio.

Ma iniziamo da principio.

Ho una nonna di 99 anni, di cui mi occupo con amorevole cura, come ogni congiunto dovrebbe fare con un suo caro. Ho avuto il privilegio irripetibile dalla mia, di vivere il giorno del suo centesimo compleanno da poco. Questo dopo averle visto subire, nel corso del tempo, incidenti e malasanità. Tralascerò di raccontarli, poiché attengono al vissuto personale e non hanno relazione con questa storia. Sì, immagino cosa si possa pensare: “100 anni fortunato chi ci arriva, come si può chiedere altro?!”.  Invece no, proprio perché sono 100 anni la necessità di cure aumenta in modo proporzionale all’età e, finché c’è vita, non si può pensare che questa non debba essere tutelata al meglio. Non esiste una persona “più viva” di un’altra. Esistono solo persone.
Ma andiamo per gradi.
Vorrei sapesse che purtroppo, a seguito di un banale intervento alla cataratta diversi anni or sono, mia nonna ha completamente perso la vista in un occhio, cui è seguito il lento e inesorabile declino del panorama visivo anche di quello rimasto.

 

A questo quadro clinico si aggiungono due fratture, una per femore, che la donna ha superato brillantemente anche e soprattutto grazie alle continue attenzioni della sua famiglia e nonostante i piccoli e grandi disservizi che ha dovuto accettare.lettera aperta

Ora, si dà il caso che questa donna capisca tutto perfettamente. In altre parole: è pienamente cosciente e presente a se stessa. Malauguratamente, agli acciacchi dell’età e a quelli causati dalla superficialità dell’uomo, si è andata via via sovrapponendo un’ipoacusia uditiva. In altre parole ha perso gradualmente l’udito.

Poiché la sua mente è lucida e il cuore grande, ho pensato fosse giusto tentare di aiutarla, di regalarle qualche momento di maggiore contatto con il mondo. Considerando che la vista non le è più di conforto, comprenderà che il rischio che rimanesse isolata dal mondo, per quel che le rimane da vivere (anche a causa del decadimento dell’udito), è un condizione non facile da accettare. Lo sappiamo, la tecnologia negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e finché c’è vita bisogna averne cura e rispetto, a qualunque età. Questa, perlomeno, è la mia convinzione.

Così, ho iniziato a fare una ricerca, cui sono seguite una serie di telefonate presso diversi rivenditori di apparecchi acustici. Capire se mia nonna potesse usufruire di protesi, utili a migliorare la sua condizione, era la mia priorità.

Mi capirà: pensare di aiutarla a sentire meglio, pur se di poco, evitando così che il suo cuore di 99 anni rimanesse del tutto intrappolato al buio e nel silenzio (lento e inesorabile cedimento della vista e dell’udito), è stato per molti giorni il mio desiderata più grande: uno dei miei obiettivi a breve termine. Sì, lo so, considerata l’età, il risultato di questi esami, questo genere di risposte, hanno senso nell’immediato.

Dunque, a inizio maggio, dopo aver parlato con molti operatori di altrettante ditte fornitrici di apparecchi acustici, mi sono persuaso che fosse necessario avere un parere medico. Sarebbe stato troppo facile entrare in uno studio e acquistare una protesi. Invece no, prima una visita accurata, poi con quel consulto medico sarei potuto tornare dai rivenditori, per valutare finalmente l’opportunità di fornirle un apparecchio.

A questo punto mi reco nell’ufficio ASL più vicino. Non trovo nessuno. Estate. Vacanza. Orari sbagliati forse. Poco male, ci torno pochi giorni dopo. Lì mi spiegano che dovrò andare dal medico di base, farmi fare una richiesta per una visita medica specialistica e, con quella, prendere appuntamento con un otorino, ma non lì, in un altro centro Asl. Insomma, un po’ di burocrazia all’italiana. Purtroppo il posto più vicino sembra essere Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano. Cittadina incantevole, per andare in vacanza. Sono molti chilometri dal luogo in cui sto assistendo mia nonna, ma per quest’estate non c’è di meglio. Diversamente, volendo fare la visita specialistica là dove siamo al momento, si dovrà aspettare settembre: siamo a fine maggio, più di tre mesi. Tre mesi a 99 anni non sono uno scherzo. Dunque, dopo essere passato appositamente dal mio medico curante, decido di prenotare la visita presso l’ufficio di Anguillara che lei dirige. Sarebbe bello regalarle un apparecchio acustico per i suoi 100 anni, mi dico.

L’appuntamento viene assegnato per i primi giorni di giugno di quest’anno.

Caricare mia nonna in auto, che come avrà capito necessita di sedia a rotelle, non è certo una passeggiata, ma poiché sono così gentili da spiegarmi telefonicamente che la visita specialistica può essere fatta solo in sede e che i dottori non possono spostarsi per visite domiciliari (anche se confesso che considerate le condizioni generali non ne comprendo il motivo), non mi rimane che accettare l’appuntamento. Volendo aiutarla a sentire meglio, non ci sono alternative.

Di buon mattino, dopo aver chiesto a ben altre due persone di accompagnarmi per facilitarmi il faticoso compito di questa trasferta, sono partito con mia nonna, direzione Anguillara.

Questi spostamenti, a 99 anni, in piena estate, durante le ore più calde della giornata, non sono il massimo auspicabile. Ne sono consapevole, ma se da questo disagio dovesse scaturire una qualche forma di sollievo per questa donna, per quello che le resta da vivere, sarebbe comunque un rischio da correre e tempo ben speso.

Arrivati ad Anguillara, dopo un viaggio fatto con tutte le precauzioni del caso, ho provveduto a sollevare di peso mia nonna per spostarla dall’auto fin sulla sedia a rotelle (precedentemente caricata nel bagagliaio), per poi accompagnarla nella stanza dove l’otorino l’avrebbe visitata.

La seduta è velocissima. Due parole di rito, uno sguardo con lo strumento all’orecchio destro, uno al sinistro, una piccola pulizia superficiale con una pinzetta e il gioco è fatto. L’otorino spiega, a me, mia madre e a una terza amica che mi ha fatto la gentilezza di accompagnarci per aiutarmi nel caso in cui mia nonna avesse avuto urgente bisogno di cambi del pannolone per l’incontinenza, che la donna sente poco (cosa di cui ero evidentemente già edotto) e che, per avere la certezza della necessità di un apparecchio acustico, avrei dovuto prenotare un’altra visita per un controllo audiometrico.
Chiedo a cosa serva quella visita, se non a dirmi quanto sappiamo già. Non si sa, è la prassi. Chiedo perché non mi è stato spiegato prima. Non si sa. Chiedo dove e quando. Il primo appuntamento possibile è a Civitavecchia (Roma).
Purtroppo questo controllo non sarebbe stato disponibile a breve, di certo non nello stesso ufficio: questo mi dice il medico. Sì, per farlo avrei dovuto prendere appuntamento addirittura in quel di Civitavecchia, dove un altro specialista avrebbe eseguito l’esame.

Nonostante la mia contrarietà, poiché non capisco per quale motivo non sia stato informato della necessità di questa prassi prima della visita (se non altro avrei risparmiato a mia nonna tutto lo stress di un trasporto in auto lungo malridotte e interminabili strade di provincia), lo specialista aggiunge che non finisce lì: con l’esito scritto di quell’esame sarei dovuto tornare di nuovo da lui, ancora con mia nonna al seguito, e che a quel punto lui avrebbe potuto avviare la pratica per la concessione del presidio uditivo.

A mia precisa domanda, ovvero: “da quello che vede mia nonna potrebbe avere giovamento da un apparecchio acustico e, soprattutto, pensa ne abbia bisogno?”, lo specialista mi risponde che sì, senz’altro un aiuto tecnologico le gioverebbe, ma per procedere con la pratica nel modo corretto devo ricorrere all’esame, anche se i tempi saranno lunghi. Non solo, ribadisce che con l’esito di quell’esame dovrò prendere il terzo appuntamento, ancora con lui o presso la mia ASL di residenza, e portare ancora una volta mia nonna con me poiché, “anche se non occorre per legge deve essere presente”. Questo senza alcuna terza visita ma solo per una compilazione di carte.
A quel punto, convinto di dover proseguire questo calvario di appuntamenti (se non altro per dare a mia nonna la possibilità sentire ancora la voce affettuosa dei suoi cari per quello che le resta da vivere), chiedo gentilmente allo specialista se non si possa evitare perlomeno quel terzo incontro, quello solo “formale” per intenderci: potrei portare di persona i documenti con l’esito dell’esame, magari spedirli via posta o, Dio volesse, inviarli per email (tutto sommato siamo nell’era tecnologica e questi strumenti possono facilitarci la vita). Così facendo mi risparmierei chilometri e chilometri in piena estate e, soprattutto, li risparmierei a una donna di 99 anni in quelle condizioni così delicate. Il dottore risponde, a me e alle incredule signore che mi accompagnano, che “per legge” non è possibile, che lui lo farebbe ma non può, e che pertanto sarà necessario trasportare di nuovo mia nonna presso il suo ufficio, seppure in piena estate, seppure a 99 anni compiuti, seppure a circa 60 km di distanza e nonostante le email che risolverebbero tutto in 5 minuti. Sono senza parole, ma non pare esservi scelta.

Chiedo all’ufficio informazioni per gli appuntamenti, quello che chiamate CUP: come detto, il primo possibile è a Civitavecchia, il 18 agosto. Il risultato dovrà essere consegnato direttamente ad Anguillara (di nuovo) il 19, alla presenza del medico. Due mesi dopo. E io che pensavo sarebbe stata una semplice visita dall’otorino! Mia nonna, ribadisco, dovrà essere presente in entrambi i casi, sia il 18 che il 19 di agosto.
Confermo tutti gli appuntamenti e lascio indirizzo e due numeri di telefono per la reperibilità.

I due mesi trascorrono insieme all’estate. Il 18 di agosto, puntuali, ci rechiamo a Civitavecchia, dopo esserci assicurati di adottare per il viaggio di nuovo tutte le precauzioni che vuole il caso: sedia a rotelle in auto, pedanine, aria condizionata, cuscini, cambi per l’incontinenza al seguito e tutto il resto. Esco dall’autostrada, entro in città, trovo gli uffici, cerco parcheggio, scarico la sedia, cerco ripari di fortuna per il sole, carico mia nonna di peso sotto le braccia, la faccio sedere, la sistemo e la portiamo all’interno.

Negli uffici di Civitavecchia, la dottoressa che deve eseguire il test mi dice subito che non lo potrà fare: l’esame va eseguito in una cabina insonorizzata che non è abbastanza capiente per la sedia a rotelle, questo dice.
Le spiego, con molta pazienza (cosa che tengo a sottolineare perché sarebbe stato presumibile perderla), che sono ben due mesi che in casa stiamo tutti aspettando il giorno di questo appuntamento, che dal suo esito dipende il contatto che mia nonna potrà avere nell’immediato futuro col mondo esterno, con il suo mondo, con quello dei suoi affetti più cari. Mi dice che non dipende da lei, che non può farci niente. Sto per andarmene, con un sentimento misto tra l’affranto e l’infastidito (per usare un eufemismo), quando istintivamente torno sui miei passi e le chiedo di poter vedere la cabina. La dottoressa acconsente e io mi reco nella stanza attigua, mentre lei e un’altra donna in camice bianco che non si qualifica (suppongo fosse una portantina o un’infermiera), restano a parlare all’interno dell’ufficio con mia madre e l’altra signora che mi accompagna. Ora, capita che per aver frequentato studi professionali di incisione sonora e doppiaggio, io abbia conoscenza di cabine insonorizzate, che sono tutto fuorché quel che ho modo di vedere: uno scatolone verticale poco più grande di una vecchia cabina telefonica, costruito in alluminio anodizzato e infilato in un corridoio stretto, foderato internamente con della spugna strappata. Al centro una sedia, anche quella di alluminio, buona più per un mercatino vintage che per una cabina d’incisione. Confesso alla dottoressa che, pur di non andarmene senza aver ottenuto nulla e dopo aver tanto atteso, tenterò di sollevare mia nonna di peso e la farò sedere sulla sedia all’interno della cabina. Azione di cui mi assumo la completa responsabilità.

La dottoressa si convince. Inizio l’operazione e, compresa la difficoltà (il peso di mia nonna che va spostata con estrema attenzione da una sedia all’altra, il ridottissimo spazio di manovra, etc.), la dottoressa mi ferma e acconsente ad eseguire l’esame nel corridoio. Considerato il fatto che sul piano non c’è nessuno e che si può chiudere la porta per non subire rumori accidentali, il test si potrà fare, dice.

Così, anche l’esame vede inizio e conclusione. Si tratta di un paio di cuffie acustiche che inviano segnali audio a diversi decibel su richiesta del medico davanti a una vecchia centralina. Il test serve per capire quali frequenze mia nonna possa ancora sentire e quali no. Mentre ha luogo l’esame, mi chiedo come mai la dottoressa non abbia acconsentito da subito. Mentre assisto, non posso non pensare che si tratti di una cosa di una banalità sconcertante, un test che avrei potuto fare a casa con un qualunque computer portatile (se necessario alla presenza di un medico) e che, di certo, avrebbe potuto eseguire anche l’otorino di Anguillara con un qualsiasi pc a disposizione. Invece ho dovuto aspettare due mesi, arrivare fino a Civitavecchia e rischiare di andarmene senza aver concluso niente. Il prezzo della burocrazia è questo, mi dico. Pazienza.

Il risultato è segnato su un paio di fogli in ciclostile. Qualche crocetta sui decibel che sente o non sente, e una diagnosi di ipoacusia uditiva.

Quei due fogli andranno consegnati l’indomani e di persona all’otorino di Anguillara, anco mia nonna presente, nonostante non ci siano più visite da fare ma solo fogli da compilare. Niente fax, niente email. Questi uffici non comunicano direttamente tra loro, passano il risultato a me che brevi manu dovrò ripassarlo a loro, dall’altra parte. Mandatevi un’email, penso, senza costringere una centenaria a fare la pendolare per riempire carte. Tralascio il pensiero che mi passa per la testa a proposito del fatto che se fossero stati uffici diversi, di enti come ad esempio Equitalia, queste lacune di comunicazione tra uffici sarebbero state colmate presto, ma fa niente. Domani, con tutte le cautele del caso, faremo un nuovo “trasloco” verso quel di Anguillara, con i risultati in mano e mia nonna al seguito. Ancora.

19 agosto. Il caldo estivo non aiuta. Nonostante gli appuntamenti siano capitati sempre tra le 11 e le 13 del mattino, ci prepariamo con il sorriso e una buona dote di determinazione a chiudere il cerchio: più di due mesi dopo consegneremo il risultato all’otorino. Mia nonna, che nel frattempo ha compiuto 100 anni, sarà presente.

Sedia a rotelle nel bagagliaio, acqua fresca, cuscini, pannoloni, cambio di indumenti al seguito, nell’auto c’è tutto.
È stato faticoso ma si parte di nuovo per Anguillara.

Arrivati presso l’ufficio Asl mi dicono che l’otorino non c’è, è in vacanza.
Chiedo se ci sia un sostituto. Non c’è.

Spiego di avere una centenaria in auto. Spiego che ha fatto chilometri per arrivare lì senza che ce ne fosse una reale necessità, che si tratta solo di consegnare due fogli. Rispondono che non possono farci niente. Dico che avevo un appuntamento che loro mi hanno dato ben due mesi prima. L’addetta risponde che nel frattempo l’otorino è andato in ferie e che mi hanno avvisato telefonicamente. Spiego di non aver ricevuto nessuna telefonata. Chiedo di poter lasciare i fogli con l’esito del test, lì, in busta chiusa, all’attenzione dell’otorino. Mi spiega che non può accettare documenti e che loro telefonano sempre nel caso in cui un appuntamento non può essere confermato. Chiedo di conoscere il numero che hanno chiamato. Inizia con “337…”. La interrompo. A casa mia nessuno, dico nessuno, ha un numero che inizi per 337. Mi dice che capisce la situazione e che è dispiaciuta. Mi guarda. La guardo. Non sa che fare. Alza il telefono, chiama qualcuno in un altro ufficio. Parlano. Sento chiaramente l’addetta chiedere se, considerata l’eccezionalità del caso, si potrà fare qualcosa. Grazie. Mi auguro che vogliano risparmiare a una centenaria un nuovo stress inutile, un nuovo viaggio utile solo a compilare carte aperte nel museo della carta. Niente da fare, dall’altro capo del telefono confermano che dovrò tornare di persona, no, che dovremo tornare di persona, con mia nonna al seguito, e consegnare quei due fogli (2) all’otorino.

Prossima data disponibile: a metà settembre!

Chiedo di parlare con un responsabile dell’ufficio.

Risponde che posso rivolgermi a un infermiere, nell’altra stanza. Oppure, volendo, potrò compilare un foglio di protesta e infilarlo in una scatola pensata apposta per raccogliere queste istanze.
Compilare un foglio. Pensato apposta. Volendo.

Le spiego che non ho nessuna intenzione di prolungare il calvario di mia nonna, che sta aspettando in auto sotto il sole.

Ecco, non posso pensare che come al solito questa catena di disservizi non abbia dei responsabili. Dei referenti. Insomma, ci saranno pure dei dirigenti in questi uffici?!
Sì, qualcuno che dirige la baracca e dà le direttive dovrà pur esserci! Qualcuno che supervisiona i servizi, che gestisce l’organizzazione generale degli uffici, che considera le procedure, che valuta i risultati, che migliora le cose.

Chiedo di conoscere il nome del responsabile dell’ufficio.

Mi ha dato il suo, quello in intestazione, quello cui scrivo la presente, spiegandomi che al momento è in vacanza e che giusto a Lei arriverebbe il modulo di protesta se avessi voglia di compilarlo.

Mi dispiace non ho tempo, ho avuto fin troppa pazienza. Lo farò appena avrò riportato mia nonna nella tranquillità della sua casa. Lo farò qui, così, adesso.

Non è possibile pensare di sottoporre una donna tanto anziana, e con lei la sua famiglia, a tanto strazio, a quella che invece di un’opportunità diventa una forma di tortura. In questo paese non si può continuare a far finta di niente, a dire che “si sa”, che “le cose vanno così”. Mi dispiace, non sono giustificazioni accettabili o, quantomeno, non sono disposto ad accettarle. Penso anzi che quello sia un atteggiamento qualunquista, che non fa bene né al sistema, né alle persone, e che le responsabilità nell’organizzazione come nella disorganizzazione hanno un nome e un cognome. Non ho chiesto io di dirigere il suo ufficio. Sarà complicato, non lo metto in dubbio, ma questo non giustifica niente. Lei ha deciso di metterci la faccia, di assumersi la responsabilità della direzione di questa baracca. E non parlo di responsabilità formale, quella penso sia un fatto tecnico assodato, no, faccio riferimento a una responsabilità di tipo morale. Se dirigessi il suo ufficio per mia libera scelta, quale suppongo essere la sua, mi torturerei per farlo funzionare al meglio e, qualora non vi riuscissi, lascerei l’incarico. Ecco, è questo che mi aspetto da Lei. Che ci metta più che la faccia. Il suo ufficio è preda di un meccanismo assurdo che credo sia un suo preciso compito evitare, rigovernare, risolvere.

lettera aperta cup anguillara

Non vorrei sembrarle troppo duro, davvero, e neppure dare l’impressione che sia in atto da parte mia il tentativo di cercare un capro espiatorio. Ma in questa Italia martoriata dai burocrati abbiamo bisogno di riferimenti, di speranza. Suppongo di poter intuire i suoi argomenti: con tutti i problemi che ci sono nella sanità pubblica, figuriamoci se dobbiamo indignarci davanti a questa inezia. In fondo si tratta di un piccolo disservizio. È vero. Concordo. Si tratta di un piccolo disservizio, che però ha causato un grande disagio. Se poi il disagio è vissuto da una donna di 100 anni che vive di “momenti”, questo disagio si amplifica e si trasforma in sofferenza. Ecco, credo sia proprio questo il punto: bisogna avere grande rispetto della sofferenza delle persone. Mi lasci dire che sono convinto che il cambiamento debba partire dalle piccole cose, da marginali episodi quotidiani, da fatti apparentemente banali che possiamo migliorare con le nostre azioni, con le nostre attenzioni. Lei ha un ufficio delicato, sa?! Non la invidio davvero. Essere consapevoli che il suo lavoro possa avere effetti sul benessere psicofisico delle persone è una grande responsabilità. Per questo ci vuole rispetto. Ed è perché ho rispetto del suo lavoro che le sto raccontando questa storia. Certi lavori sono più simili a missioni che non a impieghi qualsiasi.
Ora, mi chiedo, se si fosse trattato di sua nonna, Lei come avrebbe reagito?
Tutto questo sarebbe accaduto ugualmente?! Avrei trovato tutti questi muri di “non si può”, “è la prassi”, “funziona così”, “la capisco ma non ci sono alternative”?!
Credo sia giusto chiederselo. Sa, anche con tutta la comprensione del caso, la burocrazia elefantiaca del comparto pubblico, la svendita al privato e tutto il resto… Il dirigente dell’ufficio in questo momento è lei, e a lei tocca di fare in modo che questi episodi non siano a verificarsi. Leggo su internet che riceve in uno studio privato anche come medico. Allora chiedo: succede pure lì che arrivino pazienti su appuntamento concordato e vengano rimandati indietro per assenza dei dottori e senza essere avvisati? Se così fosse, temo chiuderebbe nel giro di un battito d’ali.

Gentilissimo Dottore, siamo materia fragile, ma siamo soprattutto coscienza. Sa cosa penso?! Che questo paese si stia scavando la fossa grazie al logorio sistematico di assurde procedure, come quelle che ho descritto.
Ecco, è questo che le auguro, che i suoi uffici si predispongano al meglio per trattare coscienze, non numeretti in coda serviti da una macchina efficiente.

Chiudo questa mia con l’auspicio che certi episodi non abbiano a perpetuarsi. Lei avrà pure una qualche voce in capitolo, poiché è Lei, mi confermano, il direttore in capo. Bene, si attivi. Faccia una sua rivoluzione personale.

Nel frattempo, La prego, mi spieghi.

Federico

 

ASL: 500 km di carte e nessuna risposta

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