Chiesa cattedrale di Nepi: è allarme rosso
Il declino e lo scempio
16 febbraio 2015, piove. Non troppo, ma piove.
Nepi (Viterbo), via del Corso: lungo il fabbricato della chiesa cattedrale, tre cascate d’acqua provenienti dal tetto rendono disagevole il passaggio di quanti percorrono via Giacomo Matteotti, il corso del paese.
Tutta quell’acqua non è normale, mi dico. Chissà se ci sono infiltrazioni all’interno del Duomo.
Decido di entrare, penso alle pitture parietali a fresco, alle volte, agli stucchi, i decori.
Il giro interno rivela problemi più grandi di quanto avessi pensato. I miei timori si scontrano con una ben più cruda realtà.
Pensavo fossimo messi male, ma siamo messi peggio.
Ho tirato il naso all’insù. La volta della navata centrale, le volte a crociera delle navate laterali, le pareti decorate, i pilastri dipinti: non potevo credere ai miei occhi!
Gli affreschi lacerati, le pareti scrostate, le pitture compromesse, i decori abrasi, gli stucchi ammalorati.
Ovunque infiltrazioni di acque meteoriche provenienti dal solaio di copertura che hanno causato il distacco di porzioni di intonaci dipinti e persino l’insorgenza nefasta di muffe apparentemente insalubri.
No, non credo si possa lasciare una chiesa in questo stato.
Immagino che gli argomenti possano essere l’ormai cronica “mancanza di fondi”, o temi come la “dipendenza dalla gestione provinciale della Curia”, piuttosto che “dal Comune”, piuttosto che…
Ebbene, in qualunque modo la si pensi, che sia la Chiesa a doversi fare carico della manutenzione, che sia la pubblica amministrazione, che sia il solito rimpallo di responsabilità o che si possa individuare il peggior danno nella mancanza di risorse, tutti questi argomenti, ancorché messi insieme, non tengono.
Non tengono perché la responsabilità morale e civile di queste generazioni di dirigenti è evidente.
Abbiamo in dono dal passato la bellezza dell’arte e della storia, è un dono che le generazioni precedenti hanno fatto alla nostra e il compito dei contemporanei, il nostro compito, è quello di tramandare questa ricchezza alle generazioni future.
Non importa essere credenti o meno, non importa chi debba o non debba gestire l’ordinario che si è fatto emergenza. Quel che conta è che il lascito di bellezza non sia irrimediabilmente compromesso dall’immobilismo.
Al di là di tutte le considerazioni e i rimpalli possibili, adesso è tempo di fare.
Questa breve passeggiata interna mi tocca come appassionato d’arte, come tecnico e come uomo.
Mi chiedo da cosa dipenda questo stato di cose. Non posso non rispondermi che si tratterà del solito scaricabarile. Troppi livelli di comando o forse semplicemente mancanza di denaro. Eppure la polemica non giova a nessuno, se non allo sfacelo più totale.
Questo dovrebbe essere il tempo dell’unione delle forze e dell’azione.
Di questo stato di cose se ne deve interessare la curia, il comune, le associazioni tutte. Realtà come la Pro-loco, che hanno in debito il mandato di lavorare e adoperarsi per il territorio, debbono essere in prima fila con azioni concrete, insieme ad altre associazioni e alle personalità di spicco della piccola comunità che passa sotto il nome di Nepi. Tutti i soggetti indicati non possono non sapere che grande è la loro responsabilità, cui mi richiamo e faccio appello.
L’Italia è il paese al mondo con il più grande patrimonio culturale e questo crea qualche difficoltà di troppo nella sua gestione, ma qui si parla di una chiesa simbolo di una comunità, quale è propriamente la cattedrale di un centro abitato.
La responsabilità civile e morale cui faccio riferimento è semplice: abbiamo avuto in prestito dalle generazioni precedenti un bene artistico e storico (e in questo senso “culturale”), un prestito che dobbiamo rendere alle generazioni future intatto, in condizioni se possibile anche migliori di come l’abbiamo ricevuto.
Allora, quando si parla di “cultura”, riempiendosi la bocca con un concetto di cui la maggior parte delle volte non si comprende la portata, bisognerebbe rispondere che occorre ripartire da qui, da fatti concreti, dal recupero di un bene pubblico quale è e può essere una chiesa, patrimonio collettivo di arte, di costume e di storia.
I nepesini hanno avuto il merito, nel corso del tempo, di realizzare grandi opere e grandi sforzi collettivi, anche in periodi della nostra storia decisamente più difficili di questi.
Quanti al momento hanno responsabilità civile prendano di petto questa situazione e la affrontino con carattere di urgenza.
Ecco, tra poco, oggi, ieri l’altro: è giunto il momento di darsi da fare. Non mi stancherò di ripeterlo.

Sopra la navata centrale, evidenziato con cerchio (praticamente sopra l’organo), è presente un grosso cedimento strutturale del tetto. Sulla copertura della navata laterale si nota lo scivolamento delle tegole piane e dei coppi. Foto di Alfio Riipanelli
In questa chiesa la maggior parte di noi sono stati battezzati, hanno vissuto i loro sacramenti, è lì che sono stati celebrati i matrimoni e gli addii, di chi crede e di chi non crede, è lì che ci siamo ritrovati nei giorni di festa ed è ancora e sempre lì che abbiamo portato gli amici in visita da fuori, a vedere la magnificenza cromatica dei soffitti, la rarità architettonica della cripta, la meraviglia scultorea dell’altare.
Lì abbiamo letto le nostre domeniche in comunità, lì abbiamo cucito e rinnovato rapporti di quieto e civile vivere sociale.
Nepi non può e non deve perdere questa partita contro il male peggiore, l’indolenza e l’ignavia.
Per chi volesse avere un quadro storico-artistico della chiesa cattedrale, nel link che segue si può scaricare una scheda informativa in pdf (distribuzione libera sotto licenza creative commons).
Non dormiteci sopra.
Domani piove.
Per le foto si ringraziano (in ordine alfabetico):
Claudio Giglietti;
Alfio Ripanelli.
















