crater lake Viaggi

Viaggio sulla West Coast: viaggio nelle emozioni


(Seconda parte)


 

In viaggio verso l’Oregon

Da Seattle, in una giornata di sole, qui dove tutti dicono che piove 360 giorni all’anno, abbiamo preso un aereo dell’Alaskan Airlines. A dire il vero avevo un po’ di timore: aereo piccolo, di quelli con le eliche, abbastanza rumoroso. Il viaggio è stato comunque confortevole ed è durato poco. La cosa più bella vedere dal finestrino il monte Rainer innevato, veramente bellissimo, quella zona ha panorami stupendi. Eravamo anche in fibrillazione per un incontro di quelli importanti: dopo 28 anni avremmo rivisto Alberto, o per gli amici Al, che era venuto a Nepi nel lontano 1987. Non siamo mai stati prima a casa sua, anche se la voglia di andare c’era da molto tempo. E finalmente tra poco ci saremmo incontrati di nuovo. La nostra storia di amicizia con lui parte da lontano, da quando era amico, seppur più piccolo di cinque anni, di mio padre. Al è stato un ragazzo molto amato nel suo gruppo di amici, era uno di quelli, però, che si vedeva che non poteva rimanere nel piccolo paese di provincia. Sapete, a volte? Quando per alcune persone la piccola realtà di paese sembra troppo stretta? Aveva qui degli affetti, la famiglia di origine, ma aveva anche tante passioni, iniziò a girare per l’Italia per lavoro e poi approdò in America, Stati Uniti, Alabama. Da lì partì l’altra parte della sua storia, l’incontro con una ragazza di origine inglese, quella che diventerà l’amore della sua vita. Come tutti i grandi amori anche questo fu osteggiato e vicende varie lo portarono ad allontanarsi in maniera quasi definitiva dal paese, ma non da mio padre e nemmeno da mia madre, che ormai era diventata sua moglie. Nei miei ricordi bambini ho traccia di racconti della sua storia, di questo nepesino che in America aveva fatto fortuna, lavorando nel campo dell’elettronica, di questo amico di papà che a papà aveva chiesto aiuto quando necessario, di questo bel ragazzo che aveva una marea di ragazze che gli morivano dietro, ogni volta che da giovane tornava a Nepi. Poi sono arrivate le “postcards”, le foto della sua casa, quando abitava a Gold Beach, un paese vicino a Brookings, in una casa in stile alpino. Poi le foto dei suoi figlioli, che abbiamo imparato a conoscere. Poi i pochi incontri con loro, altre cartoline e infine i social network che in anni più recenti ci hanno permesso maggiori contatti. E finalmente è arrivato il momento di riabbracciarci. Non so se riesco ad esprimere a parole l’emozione nel rivederci dopo tanto eppure riconoscerci subito, nella sala di attesa di un aeroporto per noi sconosciuto, Medford, Oregon. Mia sorella ha immortalato il momento dell’abbraccio, un abbraccio condito da lacrime di commozione. Le parole forse non bastano, quei momenti sono fissati dentro di me, nel mio cuore. Da lì si è partiti verso un viaggio nei ricordi, nel passato, perché lui in quei pochi giorni che saremmo stati insieme ha voluto parlare della “sua” Nepi, degli amici, delle persone che ancora ricordava, dei parenti, delle tante ragazze che lo inseguivano e che, a detta sua, a volte aveva trattato con poco riguardo. E’ stato però anche un viaggio nelle emozioni, abbiamo conosciuto il suo modo di vivere, la sua casa, i suoi amici di adesso, tutto ciò che in questi anni ha costruito. Ci ha trattato come se fossimo dei parenti stretti, anzi forse ancora di più, come persone importantissime. E’ stato sempre pronto a soddisfare ogni nostro desiderio, anche troppo. Ad esempio mia sorella aveva espresso il desiderio di andare a visitare il Crater Lake e lui subito ci ha portato lì, che poi non era così vicino! Il posto comunque era magnifico, meritava la deviazione. Si tratta di un lago di origine vulcanica, un po’ come i nostri laghi laziali. Ma è molto più grande e al centro c’è un’isoletta, Wizard Island, dove ci sono dei cervi. Tutto intorno si vedeva ancora della neve e son venuti vicino a noi degli scoiattolini, di quelli che assomigliano ai “Cip e Ciop” di disneyana memoria. Sugli alberi c’erano degli uccelli bellissimi blu e neri, ne vedremo molti altri nei giorni a venire. Anche il pranzo all’interno del parco del lago è stato memorabile, in quanto la struttura era di quelle simili ad un ranch, tutta in legno e subito ci siamo buttati sui classici cheeseburger americani, con contorno di ‘onion rings’! Nella sua lexus molto spaziosa abbiamo dato vita ancora a ricordi e dibattiti, con il suo modo anche buffo a volte di esprimersi in un nepesino e un italiano un po’ arcaico e il suo continuo riprenderci per la nostra pronuncia, inglese e quindi non gradita ad un americano!

Il soggiorno a Brookings è stato uno dei più sereni della mia vita. Spesso, quando viaggiamo, vogliamo vedere tutto in pochi giorni. Qui mi bastava e ci bastava la compagnia di Al, il suo volerci far conoscere i punti di riferimento della sua cittadina, le case che ha costruito in passato, la via che han chiamato in suo onore, dopo una sua donazione, “Rosichelli drive”, dal suo cognome. In più abbiamo visitato il negozio di sua proprietà, facente parte di una catena, “Radio shack”. Ne abbiamo visti tanti anche in altri viaggi, ad esempio a New York o San Francisco, e ora ogni volta pensiamo a lui. In ogni cosa vista c’è poi un ricordo della sua adorata moglie che da un anno e mezzo non c’è più. In negozio ci sono dei vecchi distributori di caramelle voluti da Eloise. La prima sera siamo andati a prendere pizza e pollo fritto da asporto nella loro pizzeria preferita, e devo dire che tutto era veramente buonissimo. La casa, ne vogliamo parlare? Ricca di oggetti, di piccole collezioni, come ad esempio i boccali di birra e le tazzine di porcellana inglese, lussuosa, piena di quadri, statue, con un televisore di quelli che sembrano avere lo schermo del cinema. E poi una dependance, una fontana nel giardino, una vasca idromassaggio nel terrazzo. Nel garage tante automobili che da solo sta rimettendo a posto. Al fa la vita del tipico americano di un certo successo. Ci ha fatto conoscere una coppia di amici di origine italiana (lì c’è una nutrita comunità di italoamericani) e il suo amico ci voleva portare sulla sua barca in mare aperto, ma non c’è stata occasione. La cosa forte una sera è stata bere un aperitivo tutti insieme e sentirli parlare di barche e case come se fossero “bruscolini” o i soldi del “Monopoli”! Ma il nostro amico ha conservato una semplicità di fondo che lo rende speciale ai nostri occhi. Per lui abbiamo cucinato piatti speciali nepesini e la pasta. Io ho preparato la crostata con la ricotta, dopo una ricerca certosina in vari supermercati di zona. Mia madre ha preparato i famosi “cappellacci” con pecorino e lui ne ha conservati molti in congelatore per sé, per il futuro. Lui ha ricambiato cucinando per noi tutte le mattine stupende e caloriche colazioni americane, con le uova messe dentro i pancake, e la pancetta. Il tutto condito da tantissimo succo d’acero, tanto, diceva: “E’ quello dietetico!”.

colazione americana

La cosa più bella è stato fare colazione vedendo dalla veranda l’oceano Pacifico. Ancora più bello passare del tempo in veranda e sul terrazzo sopra al dondolo guardando il panorama: il mare, le rocce, i gabbiani, le barche che rientravano in porto e in lontananza sulla spiaggia la gente che faceva i pic nic. Siamo stati anche noi in spiaggia un giorno e un altro giorno abbiamo varcato il confine dello Stato e siamo andati in California, dove abbiamo visitato un parco delle sequoie costiere, sono meno grandi, come circonferenza, delle sequoie giganti, ma più alte. In questo parco, “The Trees of Mystery”, abbiamo fatto un bellissimo percorso a piedi e lungo il trail c’erano anche delle sculture in legno legate ad un personaggio di una leggenda locale molto conosciuta. In seguito abbiamo preso delle cabinovie per 4 persone per andare in cima. Il percorso si snodava tra le sequoie e noi eravamo terrorizzate per l’altezza. Alla fine comunque ne è valsa la pena, panorama stupendo e abbiamo visto anche le aquile americane. E’ stato bello lungo la strada costiera fermarsi per delle foto alla costa, vedere le stelle marine sulle rocce e i “Sea lion” lungo un molo. Sosta obbligata per le foto e per mangiare un piatto di “clam chowder” (zuppa di vongole e patate con crostini di pane), in formato famiglia, sono leggermente esagerati gli americani con le porzioni, si sa!

sequoie

Altre emozioni forti le abbiamo provate quando, dopo aver visitato la chiesa e il centro religioso in cui lui fa il volontario durante la settimana cucinando per i senzatetto,  Al ci ha portato al cimitero della cittadina. Qui si può entrare direttamente con le automobili ed è immerso nel verde e nella pace del bosco circostante. Siamo andati vicino alla tomba di Eloise per una preghiera e naturalmente è stato un momento di grande commozione. Lei è ancora molto presente nella vita del nostro amico, la casa ne è permeata, dappertutto ci sono riferimenti e foto. E qui sulla sua tomba non abbiamo però potuto mettere fiori freschi perché qui c’è una caratteristica che non vi ho ancora svelato: liberi per la città, per il bosco e per i giardini delle case ci sono i cervi e i cerbiatti, che naturalmente mangiano fiori e erba! E’ stato bellissimo un giorno vedere una mamma e un figliolo cerbiatti che attraversavano il giardino della “nostra” casa! Ancora tanto ci sarebbe da dire sul nostro amico e sulla nostra permanenza nella sua casa, ma la cosa più importante che mi sono portata via è la sensazione che lì stessi veramente a casa. In più basta chiudere gli occhi e rivedere l’Oregon coast davanti a sé!

panorama 3

L’Oregon coast vista dalla casa del nostro amico

 

California, arriviamo!

Le emozioni del viaggio non terminano in Oregon, anzi!

Prossima destinazione: San Francisco. Parlando tra di noi ci è venuta un’idea: perché non lasciar perdere l’ennesimo volo interno già prenotato e non andare in macchina? Abbiamo un’autista d’eccezione, abituato a girare l’America in lungo e largo! Presto fatto: abbiamo annullato la prenotazione e la mattina dopo di buon’ora siamo partiti alla volta di San Francisco, il viaggio è durato sulle 5 ore, con pause per la colazione, al solito “Denny’s” con colazione americana, e in un localino senza pretese con cibo messicano. Durante il viaggio Alberto ci illustrava via via quello che incontravamo, compresi i paesi e i paesini in cui veniva con sua moglie a fare spese, alcuni veramente molto caratteristici. Il bello è che poi ci raccontava delle leggi dei diversi Stati e poi ci ha dato un’idea proprio realistica di quello che pensano gli americani dei vari argomenti che ci vengono proposti a volte dai telegiornali o dagli approfondimenti. Ad esempio ci ha detto la sua circa Obama e la sua politica, circa gli immigrati, specialmente quelli che vengono dal Messico ed è stato veramente interessante mettere a confronto le sue convinzioni con quello che invece si evince da giornali e telegiornali. E’ stato un viaggio, quindi, non da turisti, ma da persone che han provato a conoscere più a fondo ciò che visitavano. E questo è proseguito anche in California. Siam passati per la Napa Valley e abbiamo visto i tanti vigneti e le tante cantine. Siamo arrivati infine a San Francisco passando dal meraviglioso Golden Gate e passarci in macchina è stato fantastico. Sembrava essere lì con papà, allo stesso tempo ci sembrava di essere americani e non turisti. Mia madre ed io eravamo state già una volta a S. Francisco e ci siamo innamorate di questa città e questa volta l’abbiamo vissuta in modo più completo. La prima sera e il giorno dopo siamo stati in compagnia di Al che ha preso una camera nel nostro stesso hotel e subito dopo ci siamo divertiti ad andare a zonzo per la zona più turistica, una di quelle che noi preferiamo, il Fisherman’s Wharf.

con al

Bello andare in giro senza una vera e propria metà, tranne qualche pausa in posti da me già visti e che volevo far visitare soprattutto a mia sorella, come per esempio un capannone museo in cui ci sono giochi meccanici e giochi d’epoca ancora funzionanti. Bello poi guardare sui moli le barche e i pescatori, mischiarsi tra i turisti, arrivare fino al pier 39 e incantarsi a guardare i leoni marini. Andare a mangiare a cena da “Neptune” con vista sulla baia, sul ponte e sull’isola di Alcatraz. Il giorno dopo Al doveva tornare a casa e quindi ci ha accompagnato davanti al pier di partenza per l’isola di Alcatraz e poi ci ha salutato. E’ stata dura vederlo ripartire. E’ stato un momento di distacco doloroso, credo sia per noi sia per lui. Certo con questa nostra visita abbiamo cementato il nostro rapporto, con la promessa di rivederci presto, magari mio padre e mia madre potrebbero raggiungerlo prossimamente per qualche giorno e poi lui potrebbe tornare anche per un lungo periodo da noi, però vederlo ripartire ci ha messo già tristezza e nostalgia per le bellissime giornate passate insieme. Siamo comunque andate verso il pier e la fila da affrontare per prendere il traghetto già prenotato dall’Italia per Alcatraz. Se andate a S. Francisco è veramente interessante andare a visitarla. Con 30 dollari si prende il traghetto, si hanno bellissime vedute della baia, si visita l’isola e l’interno della prigione, con possibilità di audio guida in lingua. Tutto lì è interessante, le celle, i vari reparti che si chiamano come le vie di NY, tipo “Quinta” o “Broadway”. Tutti i cimeli, la cella di quelli che hanno tentato la fuga, il cortile in cui io sono scesa e dove c’era un vento che mi ha fatto sentire da sola, contro gli elementi della natura. Da un lato c’era la costruzione, dall’altro il mare agitato… spettacolare e inquietante allo stesso tempo. Ma la cosa più emozionante e che più rimane in mente, secondo me, è che dalle celle i prigionieri potevano sentire le canzoni, le voci di quelli che in città facevano dei festeggiamenti; sapevano però che le correnti mai li avrebbero portati a riva. Così vicini, così lontani.

I ricordi di viaggio riguardanti questa stupenda città mi portano a narrare le tante camminate che ci siamo fatte per raggiungere la Coit Tower, oppure quando siamo scesi da un cable car per andare in discesa in Lombard street, tutte vie e luoghi per me già visti, non solo perché visitati già una volta, ma perché li vedevo nelle tavole dei fumetti che leggevo per lavoro 20 anni fa, quando lavoravo in una redazione di comics. Bello mischiarsi tra gli italiani che abitano la zona di Washington square, vedere tutte quelle insegne con i caffè, vedere la chiesa davanti alla quale si sono fatti le foto di nozze Joe Di Maggio e la Monroe, passare poi per il quartiere cinese, fermarsi in centro, in Union square e mangiarsi un panino rilassandosi al sole. C’è stato poi anche un momento di “carrambata”, quando siamo andati nella city per incontrare in uno Starbucks un ragazzo italiano che avevamo conosciuto in un precedente viaggio in Australia. E’ piccolo il mondo, veramente, a volte! Abbiamo fatto anche le turiste, naturalmente, e abbiamo preso dei bus hop on hop off, ma soprattutto ci siamo goduti anche i dintorni del porto, la Ghirardelli square con la ex fabbrica di cioccolato, i ristoranti che io già conoscevo, come quello al The Cannery, che prima era una fabbrica di smistamento di cibi della “Del Monte”. Ora qui c’è il ristorante ‘The Blue Mermaid’ e mia sorella ha potuto apprezzare le loro oyster alla rockfeller, sublimi! Abbiamo trovato il tempo anche per andare a visitare il Golden Gate Park e in particolare il giardino giapponese, davvero molto bello e rilassante. E ancora, siamo passati di nuovo sul Golden Gate per andarci a divertire e rilassare a Sausalito. Confesso che potrei tranquillamente vivere a Sausalito, si respira aria di libertà e ricchezza, bello il lungomare dove si affacciano le bellissime villette con bouganville rampicanti, con la schiera di negozi e negozietti stravaganti dall’altro lato della strada, col negozio dei souvenir del Natale, aperto tutto l’anno, dove ci sono ogni tipo di ornamenti e dove abbiamo fatto incetta. Bello poi raggiungere sulla riva il locale “The Spinnaker”, dove si mangia bene, ma soprattutto si vede un panorama sulla città da mozzare il fiato. Ci siamo poi concessi un altro giro al pier 39, il più turistico di tutti, ma anche così affascinante. Anche qui ci sono negozi pazzeschi, in particolare un negozio di memorabilia del cinema e non ho resistito, ho comprato una statuina di Rossella O’Hara con il suo vestito rosso.

Eh sì, perché una delle mie passioni, tra le tante, è il cinema e quindi da S. Francisco è iniziata la seconda parte del viaggio, dedicata al mondo della celluloide. Nei nostri giri in città siamo andati a vedere alcune location, decidendo comunque di tornare per visitarla ancora. Proprio il penultimo giorno di permanenza, mentre noi pensavamo a Mrs. Doubtfire, il protagonista, il grande Robin Williams, che per me rimarrà sempre Mork di Mork & Mindy, moriva a Tiburon, paese vicino a Sausalito. La notizia ci ha fatto molto effetto e in quei giorni sia in città sia poi a LA, dove ci siamo trasferite, abbiamo visto manifestazioni di affetto, di ricordo, come nei teatri o davanti al Teatro Cinese e al Dolby Theatre di Hollywood.

L’ultimo ricordo che ho di S. Francisco, a parte il fatto della sensazione che prima o poi ci tornerò, perché è una città che veramente vorrei ‘vivere’ un po’ di più, è la colazione fatta all’aperto vicino all’hotel, con una bagel e le paste danesi, stessa colazione fatta anche il primo giorno a Frisco con Al.

Los Angeles: dove i sogni diventano realtà

Dov’è che l’abbiamo sentita, questa? Ah sì, mille volte, nelle mille repliche di “Pretty Woman”. Siamo qui perché anche se ci siamo già state una volta, mia sorella non ci è mai stata e inoltre l’esserci state per due giorni non ci permette di dire di averla visitata, questa città che è grande, come territorio, come la regione Lombardia. Anche questa volta avremo solo degli assaggi, la vedremo come turiste, almeno nella gran parte, perché andremo con il bus turistico a visitare le varie zone. Ma allo stesso tempo ci soffermeremo di più e andando a piedi su alcune zone, come quella di Hollywood perché abbiam preso l’albergo proprio vicinissimo alla zona del “Dolby theatre”, che per me vuole dire “Oscar”, e al Teatro Cinese. Quindi più volte negli ultimi giorni di vacanza siamo stati nella zona di Hollywood boulevard, visitando i vari negozi di souvenir, il Disney store con la gelateria Ghirardelli, il museo con i cimeli e i memorabilia cinematografici, una pizza la sera nella pizzeria del centro commerciale che da qualche anno è nato in zona, una pausa a pranzo per un panino al volo, una ricca colazione da Mel’s Drive. Stare da quelle parti per più giorni ti permette di vedere la città in un altro modo, ti sembra quasi di conoscere quei figuranti che per pochi dollari si vestono da super eroi e si fanno la foto con te, vai al supermercato vicino per comprare il latte; vedi che l’entrata del centro commerciale dà sull’entrata del Dolby e sulle varie colonne ci sono gli anni di riferimento e i film che in ogni anno hanno vinto l’oscar. Sono andata subito a cercare quello del mio anno di nascita e poi mi è venuto in mente quando sono andata a visitare la basilica di S. Paolo fuori le mura e ho visto i medaglioni con i nomi dei vari Papi… un po’ irriverente come paragone, ma le associazioni di idee sono senza freno! Poi mi sono commossa nel vedere che all’entrata, all’interno del teatro, si vedeva un cuscino di fiori, delle candele e una foto di quando Robin Williams ha preso l’oscar. Anche dove ci sono le impronte degli attori, davanti al Teatro Cinese, subito la prima sera abbiamo trovato la folla, le troupe televisive e gli intervistatori, insieme alle transenne e ai fiori. Los Angeles e soprattutto Hollywood SONO il cinema, lo si vede ad ogni passo, in ogni giornata. Ci vivono, su questo. Un giorno improvvisamente non si poteva più andare a vedere le impronte perché han messo transenne e ‘red carpet’ per la presentazione di un film e si aspettava Pierce Brosnan; per loro è normale amministrazione tutto ciò, davanti ai turisti eccitati e stupiti.

Essendo la mia seconda volta a LA, che tutti mi dicevano non valeva la pena visitare, mi ero già organizzata per le visite guidate in alcuni studios. La prima volta siamo state all’Universal Studios, che somiglia piuttosto ad un parco di divertimenti, carino, ma niente di particolare, soprattutto se uno si aspetta set cinematografici o di serie tv. Da una zona panoramica la scorsa volta vidi il simbolo della cisterna della Warner Bros e decisi dentro di me che sarei andata a visitare quegli studios, la prossima volta. E, detto fatto, ci siamo diretti a Burbank e abbiamo effettuato il tour Deluxe, più costoso del vip tour, 250 dollari a persona, ma con possibilità di entrare anche in alcuni set speciali e con il pranzo incluso, laddove pranzano maestranze e attori. Devo dire che è stato bellissimo essere per un giorno sui set. Con delle macchinette simili a quelle del golf, ma con più posti, abbiamo visitato vari set di esterni, tipo quello di “Una mamma per amica” (Gilmore’s girls) che noi preferiamo, ma abbiamo anche visto che la piazza del paese viene poi trasformata in piazza o mercato per altre serie girate lì. Tutto è finto, tutto è finzione, si vedono le entrate principali delle case e poi dentro ci sono solo una o due stanze arredate, oppure solo impalcature. I fiori sono aggiunti di volta in volta, basta aggiungere un gazebo e tutto cambia, la chiesetta tipica del New England può diventare la scuola di un villaggio… questo può deludere alcuni, ma per me invece è questo proprio il bello. Oltre a visitare gli esterni siamo andati a vedere anche cimeli importanti di tanti film e gli stage dove sono stati girati tanti film famosi e anche il famoso stage 13 dove girarono anni fa una delle mie serie tv preferite: “Friends”. Ora il set è usato per altro, ma hanno ricostruito il “Central perk” in un’altra zona e quindi ci hanno portato a visitarlo. Tutte entusiaste ci siamo sedute sul famoso divano e fatto foto in ogni dove!

Abbiamo davvero visto di tutto, anche le auto utilizzate in tanti film, il furgoncino di “Scooby Doo”, l’auto di “The Mentalist” e in un reparto speciale i vestiti e tutte le auto dei vari film di Batman, nel suo settantacinquesimo anno di anniversario. In un museo abbiamo visto anche molti memorabilia di Harry Potter. Al momento del pranzo ci siamo mischiati alla gente che lavora lì e abbiamo visto anche qualche faccia nota. Ma il momento più emozionante in assoluto è stato quando ci han fatto entrare in una specie di teatro e ci han dato da tenere per un po’ in mano un oscar, di quelli veri. E’ stato veramente stupendo e tremendo insieme. La statuetta è veramente pesante. Il sorriso che ho nella foto in cui mi hanno immortalato è di quelli indimenticabili.

io e oscar

Oscar and me

Di questa giornata ricordo tutto, la pausa prima di entrare, a base di frappuccino freddo e spuntino con frutta secca, cracker e formaggio, il giro fatto nel negozio di souvenir per comprare oggettini vari per gli amici ma soprattutto per noi, con la penna e la tazza di “Friends”, la tazza di “Luke’s” di “Una mamma per amica”, magliette… di tutto e di più. Poi la foto all’uscita con le statue dei simboli della WB, la foto davanti alla cisterna e vogliamo dimenticare per caso una delle cose più importanti? L’entrata nello studio di Elle De Generes, non so quanti la conoscono, ma è una delle più importanti anchorwoman americane. Il suo show è pieno di ironia, pieno di ospiti e noi abbiamo visto il dietro le quinte, il suo camerino, lo studio, ci siamo seduti sulle poltrone del pubblico. Mentre il gruppo andava avanti io mi soffermavo a guardare i particolari e tutte le foto incorniciate in corridoio, dove c’erano i vari ospiti delle varie puntate, tra cui i Coldplay e Hugh Jackman, tra i miei preferiti. Poi come non sorridere davanti al “selfie” più famoso, per me: quello che ha fatto Bradley Cooper con i suoi colleghi e con Elle la notte degli oscar 2014. Altri momenti della giornata: quando durante il tour si è fermato un camioncino e si è aperto perché l’attrice che era dentro ci voleva salutare, era la protagonista della serie tv “Selfie”, è stata proprio molto carina e disponibile. All’uscita dello studio di Elle c’erano i posti auto nei parcheggi con i vari nominativi, io e mia sorella ci siamo soffermati sulla scritta “Cooper”, magari non sarà Bradley, però… Poi poco più in là si vede la H di Helicopter dell’ospedale di ER. Addirittura mi sembrava bello, al ritorno, attendere il bus che ci avrebbe riportato a Hollywood, sulla panchina davanti a noi, di legno, c’era scritto Burbank, che strano come in certi momenti si guardi ai minimi particolari. Bello anche mischiarsi alla gente, senza andare solo in taxi o sui bus turistici, ma anche quelli che usano le persone del luogo.

Ma le visite ai set e agli studios questa volta non finiscono qui. Questa volta abbiamo voluto esagerare e per il giorno di ferragosto ci siamo regalate la visita di due ore circa alla Paramount Pictures. Anche qui abbiamo visitato degli stages, il teatro, la ragazza che ci accompagnava ci ha fatto vedere tramite tablet delle scene di film e ci portava poi nelle relative location. Momento bellissimo quando abbiamo visto la panchina di Forrest Gump, tutti noi abbiamo atteso il momento per farci la foto. Ricordo che proprio in quel momento da una via laterale son passati gli attori di ‘True blood’.  E ancora più in là quello che ora è un grande parcheggio è stato utilizzato in passato come una grande vasca, soprattutto per la scena dei “Dieci comandamenti” quando si apre il Mar Rosso.  Siamo andati a vedere poi la ricostruzione di NY, con le subway di vario genere e un palazzo a due piani che loro con dei trucchi fanno diventare grattacielo. Abbiamo poi saputo come si comportano con attori che sono di altezza molto diversa fra loro: c’è l’accorgimento di utilizzare due porte diverse, di diversa altezza, ci han fatto l’esempio di Nicole Kidman, più alta di Tom Cruise.

E ancora: la parte di museo dove c’erano i vestiti di scena, tra tutti il giubbino rosa delle “Pink ladies” di Grease, avrei voluto portarmelo via! Abbiamo visto gli esterni di Spider Man, la casa di Oda Mae in Ghost e tante altre cose, la visita è stata comunque interessante anche se più breve. Anche qui uno spuntino in compagnia delle maestranze, poi via, pronti per altre avventure e altre location che abbiamo visitato anche da soli. Ad esempio siamo state da sole a Beverly Hills e lì ormai so benissimo trovare l’hotel in cui Richard Gere porta Julia Roberts alias Vivian. E anche la boutique dove non hanno accettato Vivian che voleva rinnovare il suo guardaroba. Naturalmente a Beverly Hills ci siamo dedicate anche allo sport più in voga in zona, cioè il guardare le vetrine dei più famosi gioiellieri e stilisti, compreso Tiffany. In una mattinata di sole ci siamo recate invece al mare, a Santa Monica. A me Santa Monica piace molto, ci andrei proprio in vacanza, almeno per qualche giorno. Prima ci siamo recati sul pier, molto lungo, con tanti divertimenti, ristoranti e negozietti. Poi siamo scesi in spiaggia e vicino alle famose torrette dei “Baywatch” ci siamo sistemati. La cosa forte è che qui si è in mezzo a persone provenienti soprattutto dal Sudamerica, quindi si vedono costumi tipici e soprattutto si sentono odori e sapori caratteristici. Anche i venditori ambulanti non vendono: “Cocco, cocco fresco” come a Ladispoli quando ero piccola, ma “Mango, watermelon!” e mia sorella non ha saputo resistere. Io invece dovevo a tutti i costi fare il bagno nel Pacifico e mi sono divertita molto, ricordo quella giornata come una giornata molto divertente, culminata con un pranzo a base di gamberi e gamberetti di tutti i tipi al famoso Bubba Gump di ‘Forrestiana’ memoria. Altro giro fantastico, altra giornata da incorniciare quella passata nel parco Disneyland, il primo parco fondato nel 1955 da Walt Disney ad Anaheim. Sia mia sorella sia io avevamo questo sogno sin da bambine e siamo ben felici di averlo realizzato. Chiariamo subito che per vederlo per bene, comprese le aree più nuove e l’area dei negozi, ci vorrebbero minimo due giorni, ma per ora ci siamo accontentate. Abbiamo fatto una cernita dei giochi e delle zone che volevamo assolutamente visitare, cominciando dal trenino che passa ovunque e che fa delle fermate strategiche, poi giro a piedi sulla Main street dove compreremo dei  souvenir solo in tarda serata. Bello fermarsi a vedere la banda che suona, le carrozze a cavallo, farsi la foto davanti il castello e la statua di Walt, che per noi è una figura presente sin da bambine.

Entrare nella boutique “Bibidi bobidi bù” attirate solo dal nome, fare dei giochi adatti più ai bimbi che a noi, salire sulle barchette, andare nel villaggio di Topolino ed entrare in tutte le case, fare la fila per farsi le foto con i vari personaggi, inseguire Pippo, comprarsi il cappello e le orecchie di Pippo, mentre tua sorella si compra quelle di Minnie. Andare al “Quartiere Francese” di New Orleans e entrare nella casa stregata più bella mai vista, mangiarsi un ‘lobster roll’ (panino con aragosta e paprika) lungo il fiume. Passare nei vari villaggi, da quello indiano a quello di frontiera, andare sul gioco di Winnie the Pooh… e chi più ne ha più ne metta. Passare la sera guardando dal viale principale lo spettacolo di luci e fuochi d’artificio, con Trilly che vola nel cielo blu. E’ una favola, non c’è che dire!

aspettando il principe azzurro

La location della casa di Vivian, dal film “Pretty Woman”

Per andare ad Anaheim, che è abbastanza lontana, dall’Italia avevamo prenotato un servizio di automobile con autista e siamo stati veramente fortunati perché Santos ci ha fatto vedere lungo la via tante altre location, quando ha capito che siamo proprio patite per cinema e serie tv. Sulla via abbiamo visto una specie di pista, dove hanno fatto la scena delle corse delle macchina in “Grease” e mi sembrava di vedere le ‘Pink ladies’! Siamo passati poi vicino ad un set di un film di azione e poi sulla via del ritorno ha portato mia sorella a vedere la casa di “Streghe”. Il giorno dopo ci siamo accordati con lui per andare a vedere le case dei “Walsh” e di “Dylan” della serie tv “Beverly Hills 90210” che andava per la maggiore negli anni ‘90. La location si trova ad Altadena, quindi è stato bello vedere posti che in genere i turisti non vedono. Altadena si trova sui rilievi, è una zona molto bella, residenziale. Abbiamo incontrato davanti casa Walsh solo due ragazzi italiani, anche loro fan. E abbiamo incontrato una famiglia di procioni che attraversava la strada!

Ritornando verso la zona dell’hotel ci ha fatto passare a Pasadena, dove c’era la location del locale in cui lavorava Brandon Walsh, e dove c’è la “movida”, penso che una prossima volta ci andremo di sicuro. Sono delle belle zone che magari sulle guide non sempre trovi segnalate, vale la pena invece passarci del tempo. Naturalmente in questi giorni a LA abbiamo visto anche altro, altri quartieri, la zona più antica, con la casa più antica di Los Angeles, il mercato messicano, la concert hall… tante cose, ma quelle che più mi sono rimaste sono quelle che ho già elencato, insieme alla chiesa che si incontra andando da BLVD, il nostro hotel, alla “walk of fame”, è la chiesa che si vede in “Sister Act”. Ancora l’ultima mattina di permanenza in città ci siamo fatte un giro nelle vicinanze dell’hotel e abbiamo scoperto che l’hotel “Las Palmas” era la location di Pretty Woman relativa all’abitazione di Vivian. E’ lì che avviene la scena finale quando Edward arriva con la sua auto facendo finta che sia un cavallo e lui sia un cavaliere che salva la sua principessa… e nonostante le vertigini sale le scale antincendio. Il massimo, per una romantica come me.

Dopo aver fatto questo pieno di emozioni, ricordi, anche legati a film del passato, al cinema muto, alle serie che vedevo da piccola, tipo “Le piccole canaglie” che tanto mi divertivano, ci siamo preparati al rientro in Italia, sapendo però che avremmo portato con noi un bagaglio molto più pesante di quello imbarcato. Pesante e dolce allo stesso tempo, fatto di ricordi, esperienze, sensazioni e emozioni. Fatto di incontri, di amicizie ritrovate, di abbracci, risate e racconti. Pronti già a ripartire.


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